giovedì 29 settembre 2022
Incontro a Roma tra Meloni e Salvini sulla formazione dell'esecutivo. Il Carroccio fissa i punti non trattabili: «Matteo deve essere ministro dell'Interno» sennò sarà appoggio esterno. Bossi eletto
Giorgia Meloni con Matteo Salvini

Giorgia Meloni con Matteo Salvini - Ansa

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«Grande collaborazione e unità di intenti». È la formulazione scelta da Lega e Fratelli d'Italia per descrivere l'incontro - il primo - per la formazione del nuovo governo di centrodestra tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Entrambi i leader hanno espresso soddisfazione per la fiducia a loro accordata dagli italiani promettendo grande senso di responsabilità sulle urgenze del Paese anche alla luce della complessa situazione che l'Italia sta vivendo.


Frasi che vanno tradotte in altro modo, ovvero: ci sono ancora tanti punti da limare, forse troppi. Di sicuro Salvini ha chiarito a Meloni che a lui spetta il Viminale e un posto importante nel governo che verrà. Il capo della Lega nella trattativa con Fratelli d'Italia su governo e regioni (con la delicata situazione della Lombardia in cui la riconferma di Attilio Fontana non è più scontata a causa della pesantissima candidatura di Letizia Moratti, pronta anche a scendere in campo da sola spaccando il centrodestra) si gioca il suo futuro visto che martedì Salvini ha incassato una conferma a tempo dal Carroccio. Tra le minacce a Meloni anche quella dell'appoggio esterno. Nella serata di mercoledì però è arrivata una buona notizia per il Capitano: con il riconteggio Umberto Bossi è stato rieletto in Parlamento. Un problema in meno da gestire.

Però monta la protesta, con i governatori leghisti all’attacco e i mugugni nella base: «Abbiamo perso anche nei vecchi collegi blindati». Anche gli ex segretari federali - Umberto Bossi e Roberto Maroni - sono andati allo scontro con il leader del Carroccio, a cui l’ex presidente della Lombardia ha chiesto pubblicamente di farsi da parte: «Ora alla Lega serve un nuovo capo». Insomma, è stata questa la cornice in cui martedì nel quartier generale milanese del Carroccio, in via Bellerio, è andato in scena un drammatico Consiglio federale, forse il più difficile di tutti per Salvini che in pochi mesi ha visto disintegrarsi il consenso elettorale che aveva conquistato prima della pandemia da Covid-19.


Per la formazione del nuovo governo, la Lega dopo la Caporetto di domenica aveva fissato la sua linea del Piave con l’intenzione di "vendere cara la pelle" forte del fatto che la nutrita pattuglia parlamentare griffata Salvini è in grado di condizionare l’azione di governo. Ovvero alla Lega e al "Capitano" va dato il Viminale. Per il Carroccio è vitale averlo perché visto che non potrà incidere nell’immediato sulla politica economica (con la flat tax che forse vedrà la sua realizzazione a fine legislatura), la sicurezza diventa fondamentale per rendersi visibili. Ma l’ultimatum leghista non si è tradotto in una Vittorio Veneto. Anzi, si è edulcorato in un messaggio che afferma che «nel corso dei lavori del Federale è emersa la richiesta unanime di avere Matteo Salvini al governo...». Il Viminale non viene più citato. Anche perché con la crisi internazionale in corso, frutto della guerra tra Russia e Ucraina, affidare a un partito "chiacchierato" per i suoi rapporti pericolosi con Mosca un dicastero così delicato è una delle cose che Giorgia Meloni - e non solo lei - vuole evitare a tutti i costi. Da sistemare al governo ci sarebbe poi anche Lorenzo Fontana, ex ministro e uno dei pretoriani di Salvini. Negli ultimi giorni sul fronte del Nord-Est si è dato da fare, con le buone e con le cattive, per placare i tumulti nel partito contro il segretario. Anche a lui è stato promesso un ministero.


«Sono fortemente critico con la segreteria Salvini – ha detto l’ex ministro Roberto Castelli –. La Lega attuale non ha nulla a che vedere con quella nostra, è un partito centralista con temi di destra. Quando uno copia l’originale, alla fine la gente vota l’originale. Diventi un doppione della Meloni che però è stata almeno coerente. Non credo che Salvini mollerà il pallino. Se lo facesse credo che il sostituto potrebbe essere uno dei tre governatori, Zaia, Attilio Fontana o Fedriga, tre persone degne. Non vedo però all’ordine del giorno una cosa del genere».
Ma con il passare delle ore i toni si abbassano ed emerge la necessità di fare quadrato attorno al segretario. Esce infatti un secondo "spiffero da via Bellerio: «Nessuno ha messo in discussione la segreteria di Matteo Salvini». Anche se il governatore Luca Zaia ha chiesto un partito più identitario e quello del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga alla fine ha detto «Salvini sì» per garantire l’unità del Carroccio.


«Abbiamo pagato l’appoggio al governo Draghi», ha detto l’ex ministro dell’Interno a 24 ore dal patatrac, ma il realtà Salvini in termini elettorali ha pagato la fuga della base leghista, mai stata affascinata dal suo progetto sovranista, e il fatto di aver mollato Draghi che garantiva l’economia del Nord. Il Nord ecco... come gli ha ricordato ieri un Bossi furibondo, rimasto escluso dal Parlamento. Il partito tuttavia rimane in subbuglio: Bossi appunto, Castelli, Giuseppe Leoni e Paolo Grimoldi, la vecchia guardia guida la rivolta. E tanti fra i militanti la pensano allo stesso modo, ovvero che la Lega nazionale lanciata anni fa dall’ex ministro dell’Interno debba lasciare il terreno al ritorno della vecchia Lega Nord (per l’indipendenza della Padania).
La Lega di Salvini «chiederà di inserire il tema dell’autonomia nel primo Consiglio dei Ministri» per calmare gli animi e settimana prossima ci sarà un nuovo "Federale", ma ormai il partito è fragile, come il suo segretario.

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