mercoledì 11 ottobre 2017
La Russa (Fdi) contro le norme transitorie: basteranno atti notori. Ma i paletti fissati dal testo sono vari
(Foto d'archivio Lapresse)

(Foto d'archivio Lapresse)

Negli ultimi giorni c’è un’argomentazione ricorrente, icastica in apparenza quanto esagerata alla verifica dei fatti, fra quelle sbandierate nel confronto politico fra sostenitori e contrari alla legge sullo ius culturae. È il timore, paventato da Fratelli d’Italia, che l’articolo 4 del testo 2092, all’esame del Senato, si trasformi in una «legge truffa» per via di una norma passe-partout escogitata per far votare «almeno un milione di stranieri maggiorenni».

Ad affermarlo è stato, nella trasmissione 'L’aria che tira' su La7, il deputato di Fdi Ignazio La Russa: «La sinistra continua a sostenere che lo ius soli è una legge a favore dei bambini – ha detto –. Ma in realtà c’è una norma transitoria, e sfido chiunque a smentirmi, che dice che almeno un milione di stranieri maggiorenni possono diventare italiani portando carte di 20-30 anni fa, sostenendo che hanno superato un corso della durata di 2 anni».

Questa legge, chiosa l’ex ministro della Difesa «serve solo a far votare subito milioni di persone straniere, è una vera truffa». Una posizione che, interpellato da Avvenire, La Russa mantiene («Confermo ciò che ho detto»), con alcune precisazioni: «La durata minima dei corsi professionali è di tre anni. Ma la norma non ne chiede il superamento, solo la frequenza. E dunque, pur senza diploma, in molti potrebbero asserire di averne frequentato uno, esibendo autocertificazioni o atti notori. Quella norma transitoria è mal congegnata, andrebbe cancellata». Gli fa eco la presidente di Fdi, Giorgia Meloni: «Cittadinanza a tutti gli immigrati dopo solo 5 anni di residenza in Italia: è quello che prevede l’art. 4 della proposta di legge sullo ius soli», scrive su Facebook, parlando di «bambini stranieri usati come scudi umani dalla sinistra per regalare la cittadinanza italiana a milioni di stranieri».

Toni forti, dunque, quasi che nelle pieghe del disegno di legge si annidi una 'sanatoria' mascherata. Tuttavia, andando a leggere il dettato del testo al vaglio di Palazzo Madama, la realtà è differente. In linea generale, va premesso, le disposizioni si applicano anche agli stranieri che abbiano maturato (prima dell’entrata in vigore) i diritti previsti, purché non abbiano compiuto il ventesimo anno d’età. Ma tale termine non vale per l’acquisto della cittadinanza tramite l’esercizio dello ius culturae (ossia a seguito di percorso formativo). In tal caso, il combinato disposto dell’articolo 4 con le altre norme, stabilisce che occorra il possesso di una dettagliata serie di requisiti: nascita in Italia o ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età; regolare frequenza del prescritto percorso formativo per almeno cinque anni nel territorio nazionale («o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale », come dispone l’art. 1, comma 1, lettera d).

Parimenti, è richiesta la residenza legale e ininterrotta nel territorio nazionale per cinque anni. Più paletti da rispettare, dunque, e non la semplice esibizione di un attestato di frequenza di un corso triennale. L’altro interrogativo riguarda la cifra dei potenziali fruitori della finestra normativa: «Un milione – spiega La Russa – è una cifra che non ho calcolato io, ma alcuni esperti, e che comunque sarebbe per difetto ». Di tutt’altro parere la senatrice di Mdp Doris Lo Moro, già relatrice del testo: «Non mi risulta che qualcuno abbia già formulato stime sui possibili utilizzatori di quella norma. Ma in ogni caso, dovrebbe trattarsi di numeri minimi, vista la serie di requisiti fissati dalla legge. È stata introdotta per disciplinare casi particolari. E non credo proprio che saranno molti».


L'iter della legge: resiste l'ipotesi fiducia. Ma Ap ripete: "Non ci staremmo"

Fra le fonti di maggioranza, c’è anche chi ipotizza che, per far passare in tempi rapidi in Senato il disegno di legge sullo ius culturae, alla fine il governo Gentiloni possa decidere di apporre la fiducia. Uno scenario sul quale non c’è al momento alcuna conferma. Ma Maurizio Lupi, coordinatore nazionale di Ap, mette le mani avanti: «I ministri di Alternativa popolare non la appoggeranno, qualora venisse proposta». Sempre nella compagine di governo, i sostenitori della legge continuano a lanciare appelli al voto di coscienza. Come il ministro dell’Interno Marco Minniti, che parla di «una questione di principio che va oltre la maggioranza di governo». Nel frattempo, sono salite a quota 1.030 le adesioni allo sciopero della fame «a staffetta», a sostegno del voto parlamentare sullo ius culturae. Il dato è stato reso noto ieri dal senatore del Pd Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani. Ieri hanno digiunato in 198, fra cui il governatore del Piemonte Sergio Chiamparino (insieme alla giunta regionale), il presidente della commissione affari sociali della Camera Mario Marazziti (Des) e diversi parlamentari, fra i quali Paolo Beni e Monica Cirinnà, del Pd, e Lucio Romano (Des), che afferma: «La legge non c’entra con le migrazioni, riguarda italiani di fatto. Non è giustificabile la loro esclusione dalla cittadinanza. Si sono formati e siedono nei banchi di scuola accanto ai nostri figli o nipoti». Molte le adesioni al digiuno da parte di esponenti della società civile, compresi 37 docenti universitari di diversi atenei.


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