venerdì 3 marzo 2017
Il padre dell'ex premier sentito per tre ore. Russo invece decide di non rispondere ai magistrati. Sale la polemica politica
Tiziano Renzi, indagato nell'inchiesta Consip (Ansa, foto d'archivio)

Tiziano Renzi, indagato nell'inchiesta Consip (Ansa, foto d'archivio)

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L’inchiesta Consip arriva allo snodo cruciale. Non è il giorno della verità (che in Italia siamo abituati ad apprendere con tempi lunghi, a volte inaccettabilmente lunghi) ma quello degli interrogatori più attesi sulla storia di presunte tangenti legate agli appalti della centrale unica degli acquisti della pubblica amministrazione.

Il più atteso di tutti, quello di Tiziano Renzi, il padre dell’ex premier accusato di traffico di influenze per favorire il mega-appalto per Alfredo Romeo, l’imprenditore ora in carcere, ma rimasto prosciolto in precedenti inchieste.

Matteo Renzi sceglie un doppio binario comunicativo. Sul padre usa parole prudenti. «So chi è, saprà difendersi, come ha fatto altre volte», premette. Anche se «i dibattiti non si fanno sui giornali». Ma si schiera, in ogni caso, con i magistrati: «Di quel che ha fatto – dice – risponderà lui. Mi auguro che si faccia il processo in tempi rapidi. E se è davvero colpevole deve essere condannato di più degli altri per dare un segnale, con una pena doppia», arriva a chiedere.

Le parole più drastiche e definitive le usa però per difendere il suo amico ministro Luca Lotti: «Lo conosco da anni ed è una persona straordinariamente onesta, lo devono sapere sua moglie e i suoi figli. Io non scarico mai gli altri: non l’ho fatto con Delrio, Boschi e ora Lotti. Non accetto processi sommari», dice a “Otto e mezzo” su La7, scommettendo sull’innocenza anche del comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette.

Questo nel giorno in cui M5S sollecita il presidente del Senato Pietro Grasso a mettere in discussione al più presto la mozione di sfiducia individuale presentata al Senato, dove i numeri del governo sono in pericolo, e dove se – da un lato – si può preventivare che su una questione come questa non verranno a mancare certo i voti del gruppo Ala, di Denis Verdini (nella bufera a sua volta per la dura condanna subita per la vicenda del Credito fiorentino) ci sarà da verificare quale sarà la posizione della nuova formazione bersaniana fuoruscita dal Pd. Renzi ammette di esser stato tentato di mollare tutto, ma ora va al contrattacco con M5S. «Non sto in un partito guidato da un pregiudicato, io ai miei principi ci tengo. Io ho una fedina penale diversa da Beppe Grillo», dice.

Il legale di Tiziano Renzi, intanto, al termine dell’interrogatorio ostenta sicurezza. «Mai avuti rapporti con Alfredo Romeo, mai conosciuto neppure Denis Verdini», dice l’avvocato Federico Bagattini. E soprattutto «non ha mai, assolutamente, preso soldi».Se, insomma, ci si aspettava un cedimento, una prima ammissione, quello che appare al termine di un interrogatorio durato ben tre ore, è un’ostentata tranquillità da parte di Renzi padre che sembra fare il paio con l’ostentata tranquillità del figlio Matteo, che ha scelto di presentarsi davanti alle telecamere nel momento di maggiore difficoltà.

Diversa la scelta di Carlo Russo, l’imprenditore farmaceutico di Scandicci amico di Tiziano Renzi, figura chiave del presunto traffico di influenze ipotizzato dall’accusa, che si è avvalso della facoltà di non rispondere durante l'interrogatorio, o meglio l’interrogatorio mancato, nella caserma dei carabinieri, davanti ai pm Mario Palazzi e Henry John Woodcock. Un’inchiesta ancora piena di ombre, in cui l’accertamento dei fatti sembra ancora lontano, in una fase in cui la politica e la pubblica opinione – in una fase così delicata per il paese – ne avrebbero maledettamente bisogno.

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