venerdì 3 marzo 2017
Una delle più grandi storie di corruzione degli ultimi lustri o un clamoroso caso "gonfiato", alimentato dagli ingorghi limacciosi e dai molteplici incroci che lo segnano?
(Ansa)

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Una delle più grandi storie di corruzione degli ultimi lustri o un clamoroso caso "gonfiato", alimentato dagli ingorghi limacciosi e dai molteplici incroci che lo segnano? È fra questi due estremi che oscilla la vicenda delle mazzette in Consip oggetto delle indagini (e di cui poco si è parlato rispetto ad altre inchieste di certo meno importanti: qui si parla di appalti per 2,7 miliardi, ben altra cosa rispetto alle nomine fatte a Roma dalla sindaca Raggi). Una vicenda che, per quanto riguarda gli agganci «ad alto livello politico» (così definiti dall’imprenditore Romeo al dirigente Marco Gasparri, suo "braccio armato" in Consip), ruota - oltre che su Tiziano Renzi - su un punto, al quale è chiamato a rispondere Luca Lotti.


L’interrogativo-chiave
Il ministro dello Sport (e amico storico di Renzi) il 27 dicembre rende dichiarazioni spontanee al pm di Roma, Palazzi. Si presenta perché ha saputo di essere indagato per rivelazioni di segreto. A "inguaiarlo", 6 giorni prima, è stato Filippo Vannoni, presidente della società idrica (toscana) Publiacqua: a Woodcock, a Napoli, ha affermato di aver saputo da Lotti dell’esistenza di indagini in corso su Consip. Caso strano, quel 21 dicembre - subito di ritorno da Napoli - Vannoni si precipita a Palazzo Chigi a riferire il tutto a Lotti. E il 27, stando al verbale a suo tempo pubblicato dal Fatto Quotidiano (mai smentito), Lotti racconta al giudice di essersi arrabbiato con Vannoni arrivando a dirgli «non ti do una testata per rispetto al luogo in cui siamo». Da qui la domanda, legittima: presumendo la sua estraneità ai fatti, perché Lotti non denuncia l’"amico" Vannoni che l’ha cacciato in un mare di guai? E perché Vannoni l’avrebbe fatto? Sembra evidente che uno dei due ha mentito.


La "strana" linea di Marroni
La svolta nel caso matura il 19 dicembre 2016, quando dai giudici viene convocato e sentito per la prima volta il teste-chiave: Luigi Marroni, amministratore delegato della Consip (nominato nel 2015 dal governo Renzi). È lui a dire di aver saputo a cavallo dell’estate 2016, oltre che da Vannoni, da Luigi Ferrara, presidente Consip, ed Emanuele Saltalamacchia, comandante dei Carabinieri in Toscana, di essere intercettato. Dopo, si sarebbe attivato per togliere le microspie in ufficio. Naturalmente, a nessuno fa piacere essere spiato ma, trattandosi di un luogo pubblico (e non di una casa privata), perché attivarsi per rimuovere strumenti che lo stesso Marroni - a oggi non indagato - poteva anzi utilizzare per "favorire" il lavoro degli inquirenti, anziché ostacolarlo? Infatti Domenico Casalino, l’ad di Consip prima di Marroni, ieri al Corsera ha detto: «Considero una garanzia l’ascolto da parte degli inquirenti».


Il ruolo di Carlo Russo
Fitte sono poi le zone d’ombra sul babbo di Renzi e, soprattutto, sul "carneade" Carlo Russo, ambedue indagati per il reato di "traffico d’influenze illecite". I resoconti fatti filtrare dalle procure di Napoli e Roma li descrivono come assai "contigui". Una vicinanza difficile da spiegare - vista anche la forte differenza d’età - col solo fatto che il signor Tiziano è il padrino di battesimo del figlio di Russo. Figura singolare, il 34enne Russo da Scandicci (la sua casa è stata perquisita). I media l’hanno definito spesso "imprenditore farmaceutico", dizione che appare sovrastimata. La sua pagina Linkedin lo presenta come "responsabile commerciale" dal 2012, per Firenze e Torino, di Farexpress, società di consegna di farmaci a domicilio. Ad aver "indagato" di più è il giornale "la Verità". Ne esce un quadro più da presunto faccendiere: dopo aver conseguito risultati non brillanti con Farexpress, malgrado gli appoggi politici (stipulò contratti col Comune di Firenze, quando Renzi era sindaco), a gennaio 2015 è stato assunto come "quadro" in un’azienda di elettronica, la Ceg di Bibbiena (Arezzo). Un incarico ben retribuito che non avrebbe fermato però il suo attivismo. Secondo i pm, è lui ad agire, spesso in concerto con Tiziano Renzi, per accreditarsi presso Romeo come persona capace di "influire" sugli appalti Consip. E sarebbero loro, sempre nella ricostruzione, quel "C.R." e quel "T." annotati da Romeo come presunti destinatari di somme in un "pizzino" da lui stracciato e poi ripescato nei rifiuti e ricostruito dai carabinieri.


Quegli incontri "sospetti"
Ancora loro avrebbero incontrato Romeo (già autore di una donazione, regolarmente denunciata, da 60mila euro alla fondazione "Big Bang" di Renzi nel 2013) in una «bettola» romana, di basso livello, stando alle dichiarazioni di Mazzei, commercialista napoletano amico di Romeo. Sempre Russo rispunta negli sms che Michele Emiliano ha mostrato nei giorni scorsi al "Fatto": in quei messaggini era ancora Lotti (guarda caso) a raccomandarlo al governatore per stringere affari anche in Puglia. Emiliano non diede seguito all’invito (comunque sarà sentito dai pm). Un fatto, questo, che sembrerebbe attenuare l’ipotesi di un millantato credito da parte di Russo. A mettere sotto i riflettori il signor Renzi, invece, sarebbe un altro incontro, questo riferito ai giudici dal manager Marroni: il padre dell’ex premier ci avrebbe parlato un giorno del 2015 a piazza S. Spirito, a Firenze. «Mi disse che voleva chiedermi di ricevere un suo amico imprenditore», ha riferito Marroni. Di chi si trattava? La risposta è scontata: Carlo Russo. Il perché (solo amicizia?) il padre e il miglior amico dell’ex premier si "spendessero" tanto per lui, è un altro dei misteri da chiarire.

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