martedì 18 febbraio 2020
La polemica di Matteo Salvini, che ha parlato di pratica frutto di «uno stile di vita incivile», e le repliche sul presunto «diritto di abortire», giocano su un problema sociale lancinante
Immigrate, aborti senza scelta

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Le donne straniere interrompono la gravidanza fino a tre volte più delle italiane: è questa la vera piaga Povertà, violenza, degrado, abusi: i dati parlano del 30,3% sul totale, ma è solo l’8,5% della popolazione Hanno aperto l’ennesima discussione politica sull’aborto le parole di Matteo Salvini, pronunciate domenica a Roma. Il leader del Carroccio ha riferito di segnalazioni avute su donne, «né di Roma né di Milano», che «si sono presentate per la sesta volta al pronto soccorso di Milano per l’interruzione di gravidanza». Non si tratta di «dare lezioni di morale – ha aggiunto –, è giusto che sia la donna a scegliere per sé e per la sua vita, ma non puoi arrivare a prendere il pronto soccorso come la soluzione a uno stile di vita incivile». Al pronto soccorso (del quale Salvini sosteneva l’abuso nel ricorrervi da parte di alcuni, in particolare immigrati), però non si pratica l’Ivg a meno di rischio per la vita. Immediata la replica del segretario del Pd Nicola Zingaretti. «Salvini la spara ogni giorno più grossa. Con offese, teorie stravaganti e numeri a casaccio. Giù le mani dalle donne e dalla sanità italiana». Analoghe le posizioni del M5s e di +Europa, che ha colto l’occasione per rimettere nel mirino l’obiezione di coscienza. Mentre a difesa di Salvini si schiera il centrodestra. Giorgia Meloni ha parlato di dichiarazioni «molto amplificate». E ha sottolineato come, secondo i dati sull’applicazione della 194, «il 25% delle donne che abortisce lo ha già fatto e fra queste la maggior parte è immigrata». Spesso, conclude, «schiave della tratta». Lo stesso Salvini ieri è tornato sulla questione dicendo che «la soluzione è la prevenzione, perché l’aborto non è un sistema contraccettivo». Esigenza, quella dell’educazione e della prevenzione, sottolineata anche da Mara Carfagna (Fi).

Sono molte le donne immigrate che abortiscono. In proporzione molte più delle italiane. Ma dietro, non poche volte, ci sono storie di violenze, di sfruttamento sessuale e lavorativo. Lo rivelano le cronache e, soprattutto, il racconto dei volontari che combattendo queste forme di sfruttamento molto spesso salvano mamme e figli. «In vent’anni ne abbiamo salvate più di 400, e anche più di 60 bambini che portavano in grembo», ci aveva spiegato con molta soddisfazione suor Rita Giaretta, fondatrice di 'Casa Rut' di Caserta, luogo di salvezza e di riscatto per prostitute. Tante arrivano col pancione. Ma tantissime straniere ricorrono all’interruzione di gravidanza. Come si legge nell’ultima relazione inviata al Parlamento dal Ministero della Salute, «un terzo delle interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg) in Italia continua a essere a carico delle donne straniere: un contributo che è andato inizialmente crescendo e che, dopo un periodo di stabilizzazione, sta diminuendo in percentuale, in numero assoluto e nel tasso di abortività». Il dato resta molto alto, soprattutto se si considera che la popolazione straniera residente, come da dati Istat, costituisce solo 1’8,5% circa dell’intera popolazione residente in Italia. Ma il calo c’è.

«Dopo un aumento importante nel tempo, le Ivg fra le straniere si sono stabilizzate e negli ultimi anni cominciano a mostrare una tendenza alla diminuzione: sono il 30,3% di tutte le Ivg nel 2017 valore simile a quello del 2016 (30%)», mentre era il 31,1% nel 2015 e 33% nel 2014. È «in diminuzione anche il loro tasso di abortività (15,5 per 1.000 nel 2016 rispetto a 15,7 nel 2015 e 17,2 nel 2014), permanendo comunque una popolazione a maggior rischio di abortire rispetto alle italiane: per tutte le classi di età le straniere hanno tassi di abortività più elevati delle italiane di 2-3 volte». Resta alta, pur se in forte calo, la percentuale di Ivg effettuate da donne con precedente esperienza abortiva. Quella delle italiane è stata del 21,3% nel 2017 rispetto al 22,1% del 2016, quella della straniere il 36% rispetto al 37%. «Tali donne – commenta il Ministero – hanno un rischio di abortire, e quindi di riabortire, più elevato rispetto alle italiane».


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E certo non si tratta di una predisposizione culturale. Qui rientrano, spesso, i casi di sfruttamento. Un anno fa, in una notte di incontro con le prostitute assieme al vescovo ausiliare di Roma, don Paolo Lojudice, oggi arcivescovo di Siena, abbiamo ascoltato il racconto di Francesca, 23 anni, rumena, costretta ad abortire due volte. La sapeva bene don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXII, in prima fila da tanti anni per salvare le prostitute e i loro bambini. Figli del rapporto sessuale non protetto, preteso dagli italianissimi clienti, in particolare quando le prostitute sono minorenni, che sul 'mercato del sesso' rendono molto di più. Costrette ad abortire da protettori stranieri e anche italiani, per poi tornare il giorno dopo sulla strada. E così, almeno in parte, si spiegano le interruzioni ripetute. Un tempo si ricorreva agli interventi clandestini, oggi molto meno. Comunque più volte vittime: della tratta, del commercio della carne, della vita strappata. «No, non ho scelto niente, io. È stato l’amico della madame che mi ha costretta», ha raccontato alcuni anni fa ad Avvenire, Joy, 20 anni nigeriana.

Altrimenti botte e niente soldi... Lo stesso che si sentono dire le braccianti immigrate: o accettano le violenze sessuali di proprietari italiani e di caporali, o non lavorano. E se restano incinte devono abortire. Altrimenti per loro i cancelli restano chiusi. Nella piana tra Gela e Vittoria è il destino delle braccianti romene. Nella pianura pontina tocca alla donne indiane sikh. Costrette a lavorare piegate nelle serre o a sollevare cassette di 30-40 chili. Quando, dopo le violenze, restano incinte, non ce la fanno. E allora l’alternativa al licenziamento è solo l’interruzione di gravidanza. Ancora una volta la violenza dopo la violenza. Certo non una scelta libera, o lo 'stile di vita' citato da Salvini.

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