giovedì 7 novembre 2019
Gaetano Paci, il magistrato che combatte le ’ndrine: dobbiamo impedire che le mafie finiscano per ingabbiare quelle giovani vite per sempre
Gaetano Paci, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria (LaPresse)

Gaetano Paci, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria (LaPresse)

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«I figli dei boss sono inevitabilmente destinati a seguire le orme dei padri? O esiste anche per loro la possibilità di condurre una vita normale, lontana dal crimine? Quanto pesano sulle loro vite i percorsi dei genitori?». Lo scrive il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Gaetano Paci, uno dei magistrati più esperti di ’ndrangheta, ma a lungo anche in Sicilia, nell’introduzione del libro Figli dei boss. Vite in cerca di verità e riscatto, del giornalista Dario Chirrincione (San Paolo). Domande difficili, e risposte diverse. Quelle che il bel libro racconta attraverso interviste e storie di questi figli. Alcuni dai cognomi molto famosi, altri meno. Ma tutte caratterizzate dal rapporto figlio-padre.

Il testo si sviluppa in tre sezioni: la prima dedicata ai figli dei boss che hanno trovato una strada alternativa ai circuiti criminali familiari; la seconda sul progetto "Liberi di scegliere", rivolto ai minori figli di ’ndrangheta e che vede assieme Tribunale per i minori e Procura di Reggio, Libera e Cei; la terza focalizzata sui figli di Riina e Provenzano. Tema complesso, che queste storie aiutano a capire. Ne parliamo proprio col procuratore Paci, partendo da una delle sue domande.

Esiste anche per loro la possibilità di condurre una vita normale, lontana dal crimine?

Secondo me sì, ma non possono rimanere da soli. È il tema su cui mi sto impegnando assieme a Libera e ad altri colleghi per far comprendere che lo Stato non li può lasciare soli. Lo Stato ha fatto una scelta a monte: prendere in considerazione chi ha avuto un coinvolgimen- to criminale per consentirgli di godere di benefici processuali in cambio delle sue dichiarazioni. C’è però una componente altrettanto importante di persone che non hanno avuto comportamenti criminali diretti, come i figli e le mogli, e non vogliono continuare a vivere in contesti di mafia ma andarsene per rifarsi una vita basata su valori alternativi rispetto a quelli in cui sono stati spesso costretti a vivere. Queste persone sono senza tutela, non c’è un ombrello protettivo che consenta loro di intraprendere un’attività economica, di poter vivere fuori anche, se serve, mediante il cambio di generalità.

Una terza via, come la definisce don Ciotti.

Esattamente. Chi non ha segreti da riferire allo Stato, ma tuttavia si trova coinvolto da un punto di vista esistenziale dentro contesti mafiosi, non può essere lasciato a se stesso. Per i minori è più semplice arrivare a una soluzione perché di loro si può occupare il Tribunale per i minorenni, ma quando hanno raggiunto la maggiore età spesso questi ragazzi rimangono soli. Non riescono a trovare un lavoro, un inserimento, e il rischio di essere risucchiati nelle realtà dalle quali vogliono scappare è molto forte. E allora lo Stato deve occuparsi di loro per impedire che le mafie finiscano per ingabbiarli definitivamente.

Come è possibile farlo?

Come stiamo facendo utilizzando il protocollo 'Liberi di scegliere', dando una serie di supporti, attraverso Libera e il sostegno della Cei, di tipo logistico, economico, organizzativo, scolastico. Lo Stato deve farsene carico con una legge in modo di assicurare a queste persone un futuro.

Ma perché lo Stato li dovrebbe aiutare?

Perché così sottraiamo alle mafie, e alla ’ndrangheta in particolare, la linfa essenziale per sopravvivere sul territorio, per resistere all’azione di contrasto e per creare quella solidarietà mafiosa che spesso si rivela molto più forte delle inchieste, dei processi e delle condanne.

Uno strumento per salvare persone ma anche di contrasto alle mafie?

Non c’è dubbio. È un’azione complementare rispetto a quella propriamente giudiziaria e repressiva, che mira però allo stesso fine: disarticolare dall’interno gli aggregati criminali che sono spesso fondati sul legame familiare.

A questo proposito, nelle storie raccontate dal libro i figli restano sempre figli e il padre resta sempre il padre. Anche chi prende le distanze non recide questi legami.

Non si può chiedere a un figlio di rinnegare il padre, perché si entra nell’ambito delle relazioni di sangue in cui prevale la scelta personale. Io so di tantissime persone straordinariamente impegnate in vari settori che, pur avendo familiari coinvolti in vicende di mafia, non li hanno abbandonati da un punto di vista personale e familiare. Ma questo non significa che ne abbiano condiviso le scelte. Anzi le hanno condannate senza riserve. Vale anche tra figli e padri. C’è chi ha la forza addirittura di recidere questo legame fortissimo, inestirpabile per qualunque essere umano. C’è chi invece non ce l’ha o non vuole, ma ciò nonostante critica e condanna le scelte del genitore. Queste persone spesso hanno difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro e delle relazioni e allora bisogna dare un sostegno perché si possano definitivamente affrancare dai contesti mafiosi.

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