martedì 19 luglio 2022
Le pressioni del Paese e internazionali per la permanenza di Mario Draghi al governo rimbalzano e vengono in parte respinte dai tetti delle segreterie di partito
I governisti in cerca di un "fatto nuovo"
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Le pressioni del Paese e internazionali per la permanenza di Mario Draghi al governo rimbalzano e vengono in parte respinte dai tetti delle segreterie di partito. Filtrano efficacemente, invece, in Parlamento, dove il partito trasversale per la fine naturale della legislatura lavora alacremente per presentare al premier, domani, le condizioni numeriche e politiche per ritirare le dimissioni e riprendere il timone.

I segnali principali della giornata sono tre, e intersecati: la scelta dei capigruppo di prevedere 'comunicazioni fiduciarie', con voto finale, apre ad una soluzione della crisi; il fatto che si parta dal Senato, aula dove prevalgono in M5s gli 'ortodossi', va invece nella direzione di verificare subito chi spinge per il voto anticipato; l’ipotesi che già oggi i 'governisti' M5s faranno la loro scissione, serve a offrire a Draghi il dato politico nuovo di un Conte ridimensionato. Tutto si gioca sulla possibilità di costruire un equilibrio numerico e politico soddisfacente non solo per i partiti che resterebbero in maggioranza, ma anche e soprattutto per Draghi, le cui ultime parole pubbliche sono state nette: nessun governo senza M5s.

E la soluzione che si sta costruendo vedrebbe comunque il Movimento, per quanto decimato, all’opposizione. Almeno in parte, per accettare questo nuovo 'perimetro', Draghi dovrebbe fare una retromarcia rispetto ai motivi delle dimissioni di giovedì scorso. Non è detto che accada: a 24 ore dalla verifica non si può escludere che il premier torni al Colle dopo il dibattito delle Camere, impedendo che le aule votino. La partita è ancora aperta e dagli esiti imprevedibili. I tessitori stanno lavorando, ma le costellazioni ancora non si sono riunite.

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