martedì 10 febbraio 2015
Nei diari di un’esule istriana scomparsa il racconto della fuga e della persecuzione.
A dieci anni dall’applicazione della legge che istituì il 10 Febbraio "Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata", sono centinaia le cerimonie in tutta Italia. Oggi alle 16.30 alla Camera la commemorazione del capo dello Stato, Sergio Mattarella, e della presidente della Camera, Laura Boldrini (la diretta su Rai2). Sarà presente anche il presidente del Senato, Pietro Grasso. L’orazione, che ricostruirà il contesto storico e gli eventi, quest’anno è affidata all’inviata di Avvenire Lucia Bellaspiga.«Il mio processo durò 3 o 4 minuti in tutto, senza possibilità di replica. A 19 anni fui riconosciuta 'nemica del popolo' e condannata a dieci anni di prigionia. Era il 19 settembre del 1945». Il diario scritto a mano da Mafalda Codan, esule istriana nata a Parenzo nel 1926, è dettagliato nel raccontare l’abisso di male ma anche rivelatore degli spiragli di luce di cui a volte anche gli aguzzini sono capaci... Mafalda da poco è scomparsa, ma il testimone è passato alla figlia Antonella Sirna, 55 anni, e al nipote Alessandro, 28, entrambi oggi alla Camera per ricevere ben sette medaglie, «una per ogni nostro caro finito in foiba», racconta Antonella.  È il diario di sua madre Mafalda a raccontare eventi che lei, «cresciuta con dentro un macigno di dolore», non riesce tuttora a riferire... In casa Codan, famiglia agiata di possidenti terrieri, il terrore entrò subito dopo l’8 settembre del 1943, quando la dissoluzione dello Stato italiano lasciò mano libera ai partigiani comunisti di Tito, che iniziarono i rastrellamenti degli italiani. Furono portati via anche tutti gli uomini Codan: il padre di Mafalda («giunsero la notte col mitra. Mi abbracciò e mi tenne stretta per un interminabile istante», si legge sul diario) gli zii e i cugini. Caricati su un camion, vennero gettati nella famigerata foiba di Vines dove tuttora giacciono. Un periodo di tregua tornò, paradossalmente, con l’arrivo dei tedeschi, ma alla fine della guerra i titini invasero tutta l’Istria e il terrore tornò più furioso di prima. «Dopo l’infoibamento di mio padre – continua Mafalda – la mamma, io e mio fratello Arnaldo fuggimmo da Parenzo a Trieste, dove eravamo più sicuri». Così almeno credevano, perché i titini arrivarono anche lì e per 40 giorni, dal 1° maggio al 12 giugno 1945 (intanto il resto dell’Italia festeggiava ormai la pace e la democrazia) insanguinarono la città. Per inciso, si tratta dell’occupazione da parte dell’Armata popolare di Tito che quattro mesi fa il presidente del Consiglio comunale di Trieste, Iztok Furlanic, ha osato chiamare 'liberazione' osannando la figura del dittatore, salvo poi chiedere scusa e così restare in carica. Anche la giovane Mafalda fu prelevata a Trieste il 7 maggio del ’45 «senza nemmeno poter salutare la mamma» e, legata con un filo di ferro, fu condotta in Istria, di paese in paese, esposta a sputi e bastonate. Tragico l’episodio di Visinada, dove fu condotta davanti alla casa di Norma Cossetto, la giovane seviziata da diciassette partigiani e poi gettata in foiba nel 1943, oggi divenuta il simbolo dell’olocausto giuliano-dalmata: «Volevano che la madre di Norma, vedendo torturare me, rivivesse il martirio di sua figlia due anni dopo», continua Mafalda. La donna per fortuna svenne.  «Eppure mia mamma riporta anche episodi di speranza – interviene Antonella –. Ad esempio quando racconta che quella notte fu gettata in una cella e il soldato di guardia, colpito dalla sua giovane età, le portò un pezzo di pane. Dopo giorni però vennero a prelevare lei e altri prigionieri e li legarono due a due con filo di ferro. Erano certi di finire in foiba, invece al porto di Pola li imbarcarono sulla nave cisterna Lina Campanella...». Mafalda riassume in sé tutti i drammi peggiori della vicenda giuliano-dalmata, perché quello della Lina Campanella è uno degli epidosi più disumani. Vi furono imbarcati 170 italiani e la nave fu spinta tra le mine. La prua esplose e l’imbarcazione prese ad affondare, mentre i prigionieri terrorizzati si buttavano in mare e i soldati di Tito li mitragliavano in acqua: fu una mattanza. «Ci salvammo in quindici – scrive Mafalda – e la mia prigionia proseguì a Pisino». Oggi il castello di Pisino è meta turistica, allora era tetro carcere. La notte l’urlo dei torturati straziava chi aspettava il suo turno e Mafalda dovette riconoscere la voce di suo fratello Arnaldo, 17 anni. «L’indomani un partigiano mi disse che, anche dopo morto, il suo corpo saltava. Non dimenticherò mai quel ghigno».  La prigionia continuò a Maribor, a Lubiana, a Nova Gorica e nel Carcere di correzione politica di Begunje, da dove nelle giornate limpide vedeva all’orizzonte le Alpi Giulie: «Là dietro c’è l’Italia – pensavo – la libertà». Che arrivò solo nel 1949 (in Italia intanto c’era il fermento della rinascita), grazie alla Croce Rossa Internazionale... Mafalda approdò esule a Bibione, in Veneto, dove divenne maestra e sposò un finanziere siciliano, dando alla luce Antonella e altri due figli. «Fino a due anni fa andava nelle scuole a raccontare, anche se alla fine la censura e il silenzio colpevole che coprì le nostre storie l’avevano disillusa – dice Antonella –. Ora tocca a me e a mio figlio conservare la memoria tra i ragazzi». Il dolore non si esaurisce con la morte dei testimoni, resta impresso nel Dna: «Noi, figli e nipoti dell’esodo istriano, non avemmo modo di elaborare il lutto perché nessuno conosceva mai la nostra storia – spiega –: da piccola raccontavo il dramma della mia famiglia e tutti  erano convinti che fossero stati i tedeschi a fare questo, non capivano cosa c’entrassero gli jugoslavi, a scuola non si è mai studiato nulla...». Solo un’amica sa capirla fino in fondo, «perché è ebrea, abbiamo alle spalle un passato identico. Io la chiamo per la Giornata della Memoria, lei per il Giorno del Ricordo». Ed è questo che allora Antonella Sirna vuole spiegare, che le stragi sono tutte uguali, che «chi ancora oggi condanna Hitler ma giustifica Tito rinnova l’orrore ». Ma anche che sotto le ceneri del male una scintilla di umanità miracolosamente resta sempre accesa: «Come quando a Maribor la notte di Natale mia mamma piangeva sola e disperata mentre le compagne di cella, tutte jugoslave, ricevevano i regali da casa. Tornata in cella trovò tanti pacchettini. Ognuna di loro si era privata di qualcosa».
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