lunedì 17 luglio 2017
E l'Austria si dice (ancora una volta) pronta a chiudere il Brennero.
Migranti appena sbarcati (Kontrolab)

Migranti appena sbarcati (Kontrolab)

Visti umanitari per 200.000 migranti irregolari sbarcati in Italia? Meglio di no. A Bruxelles, ma anche a Vienna, pronta a chiudere il Brennero, le prime reazioni alle idee circolate in questi giorni non sono certo positive. “Se la cosa venisse fatta - ha detto Sebastian Kurz, capo della diplomazia austriaca al termine del Consiglio Esteri ieri a Bruxelles - proteggeremmo la frontiera del Brennero. Di certo non permetteremmo che la gente possa liberamente andare a nord”. Il ministro dell’Interno di Vienna Wolfgang Sobotka ha però precisato che “attualmente la collaborazione con l'Italia e ottima, la situazione è stabile con arrivi tra i 15 ed i 25 al giorno al Brennero”.

La Commissione Europea non si pronuncia, ma fonti comunitarie fanno ben capire che Bruxelles è decisamente scettica. Anzitutto, la direttiva tirata in ballo in questi giorni per i permessi umanitari (la 55 del 2001), spiegano a Bruxelles, fu creata dopo la crisi del Kosovo nel 1999 con centinaia di migliaia di kosovari che cercavano asilo nell’Ue. Non è la situazione dei massicci afflussi verso l’Italia, dei quali oltre l’80% sono migranti “economici”. Per chi non ricerca asilo, resta responsabilità nazionale. Tuttavia, dopo la crisi del 2011 (con il massiccio arrivi di tunisini in Italia diretti in Francia), furono emanate guide linee Ue, che specificano che la concessione di visti e permessi di soggiorno hanno impatto su Schengen. Uno Stato deve dunque emettere solo documenti provvisori che non equivalgano a visti e non consentano di spostarsi in tutta l’area Schengen. Infine il Piano d’Azione per il Mediterraneo Centrale presentato dalla Commissione il 4 luglio, sottolinea che “l’Italia dovrebbe utilizzare restrizioni alla residenza o al libero movimento ed evitare di fornire documenti di viaggio”.

Bruxelles ieri ha del resto smentito un “via libera” al codice di condotta per le Ong, semplicemente perché ha un mero ruolo consultivo. “L’Italia - ha detto una portavoce - ha consultato la Commissione e noi abbiamo fornito i nostri consigli legali, su cosa sia giuridicamente solido e utile a livello operativo”. A questo punto è l’Italia che “dovrà, sulla base di ciò che è stato discusso, portare avanti il codice e completarlo, dopo aver consultato le Ong”. La bozza uscita dalla riunione di venerdì salva tutti i principi cari all’Italia, ma corregge alcune sviste di natura giuridica. Ad esempio non si dice più che alle ong è “vietato assolutamente” di entrare nelle acque libiche (non sta all’Italia vietarlo), ma che le ong si “impegnano” a non farlo.
Rimane l'“impegno” a non spegnere i trasponder, a non comunicare con i migranti a terra, anche se si sfumano alcuni aspetti. Ad esempio che le ong straniere facciano riferimento al Coordinamento marittimo del paese di provenienza: si ricorda che comunque il coordinamento resta all’Italia . Rimane però il punto centrale: “la mancata ottemperanza degli impegni indicati nel codice di condotta - si legge nell’ultima bozza - può risultare in misure efficaci e proporzionate”, tra cui “il rifiuto di consentire gli sbarchi in porti nazionali”.

Ieri, inoltre, come previsto è stato rinviato il rinnovo della missione navale militare Ue Eunavfor Sofia, che scade il 27 luglio. “Non vedo alcun problema particolare con alcun Paese”, ha tranquillizzato l’Alto rappresentante per la politica estera Ue Federica Mogherini. A chiedere un rinvio sono state la Svezia e la Gran Bretagna, per un passaggio parlamentare, cui si è aggiunta l’Italia, che spera di poter ottenere che si “sganci” la missione da quella di salvataggio in mare Triton (che prevede che tutti gli sbarchi siano in porti italiani), in modo da poter ridiscutere la questione dei porti. Le chance per l’Italia, però, sono minime: per cambiare il mandato di Sofia servirebbe l’unanimità ed è noto il no di tanti Stati all’idea di aprire i propri porti. Ieri infine i ministri hanno varato un embargo alla vendita di gommoni in Libia, nel caso vi siano “ragionevoli motivi di credere che saranno usati dai trafficanti”.

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