giovedì 5 ottobre 2017
A Giugliano slittano di un anno i lavori per la messa in sicurezza. La denuncia del commissario De Blase
Un incendio doloso nella discarica Resit di Giugliano, in Campania

Un incendio doloso nella discarica Resit di Giugliano, in Campania

«Continua a immagazzinarsi percolato dal fondo, il biogas continua a disperdersi nell’aria assieme all’anidride carbonica, ma il rischio che si può paventare è che, se i lavori si bloccano allo stato attuale, rischiamo di fare un danno grave, difficile da recuperare. E si ricomincia da capo». È la sconcertante situazione della Resit di Giugliano, la 'madre di tutte le discariche', una bomba tossica che doveva essere messa in sicurezza entro il 27 ottobre. Invece «allo stato, siamo in una situazione di impasse ». E ci vorrà forse quasi un anno. A lanciare l’allarme è Mario De Biase, dal 2010 commissario governativo per la cosiddetta 'area vasta' di Giuliano, la zona più inquinata della 'terra dei fuochi'. In realtà ex commissario perché 'scaduto' nel luglio 2016, ma poi visto che i lavori andavano a rilento si è «inventato una prorogatio» che solo a gennaio è stata formalizzata da un’ordinanza del Capo della Protezione civile.

La denuncia è stata fatta alla commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. E provoca la durissima reazione del presidente della commissione, Alessandro Bratti. «È uno scandalo che la discarica simbolo del traffico dei rifiuti del clan dei 'casalesi' dopo sette anni di commissariamento non abbia ancora trovato una soluzione per la messa in sicurezza. È uno schifo. È tutto fermo perché le imprese stanno litigando e questo ci preoccupa molto. Se questo accade per la discarica più famosa, pensi il resto...». E ci anticipa che «una volta raccolta tutta la documentazione la manderemo in procura». Ipotizzando anche gli estremi per «l’omessa bonifica o il rallentamento della bonifica, reati pesanti», previsti dalla legge sugli 'ecoreati'.

Davvero «un pasticcio», come lo definisce Bratti, questo appalto vinto nell’aprile 2014 da una Ati tra le imprese Treerre e Italrecuperi. A fine anno scoppia 'mafia capitale'. Tra i coinvolti c’era Luigi Lausi, consigliere di amministrazione di Treerre, così De Biase chiede all’Anac come si deve comportare. La risposta di Cantone è che tocca alla «stazione appaltante valutare», cioè alla Sogesid, società pubblica controllata dai ministeri dell’Ambiente e delle Infrastrutture. E la Sogesid revoca l’appalto alla Treerre. Che fa ricorso al Tar e vince. Arriva poi un’interdittiva antimafia della Prefettura di Roma. Nuovo ricorso e nuova vittoria. Così il 27 luglio 2016 si apre finalmente il cantiere, in pompa magna col governatore Vincenzo De Luca. Un anno di lavori per cinque milioni di euro, è la promessa.

I lavori partono davvero. «Fino a giugno di quest’anno, seppur con molta fatica, i lavori si sono fatti – spiega De Biase – e allo stato attuale abbiamo un 35-40 per cento di attività svolte». Ma a fine luglio il commissario nota che «era palese che c’era qualcosa che non andava più, non c’erano più tutte le maestranze e tutti i mezzi presenti fino a metà luglio». Cosa è successo? «La capofila Treerre ritiene rescisso il contratto con Italrecuperi con qualche mio dubbio di legittimità». A questo punto «Italrecuperi ha ritirato tutti i mezzi del cantiere, a settembre ha chiuso i container di cantieramento. E mi hanno detto: 'Noi non ci faremo cacciare, non può farlo, non esiste la rescissione, resisteremo in tutti i modi!'». Treerre, invece, «afferma che è un suo diritto, per gravi inadempienze della Italrecuperi, continuare i lavori in proprio».

Ma, denuncia De Biase, «mentre materialmente ho visto la Italrecuperi con uomini e mezzi, la Treerre ha tre persone e non ci sono mezzi meccanici, solo la macchina per spostarsi da Giugliano a Roma». Treerre replica «che si fanno i noli a freddo per le macchine, che gli operai si assumono mano mano che servono e che è intenzione fare tutti i lavori in proprio senza avere più niente a che fare con Italrecuperi». E questo l’amministratore delegato Emilia Fiorani è andata a dire anche alla Commissione due giorni fa. «Ha buttato acqua sul fuoco – spiega Bratti –, dicendo che si sono assunti la responsabilità di finire i lavori che non sono mai stati rallentati. Il problema con Italrecuperi è interno, 'quelli lì non li voglio', ci ha detto. Perché sarebbero parecchio indebitati e quindi non affidabili. Ma non se li sono scelti loro?». A questo punto la palla passa alla Sogesid. «Li convocheremo – annuncia Bratti –. Voglio sapere tempi e modi. I lavori dovevano finire a ottobre. Treerre ha chiesto altri 260 giorni, pare che Sogesid ne abbia concessi solo 90».

Una bomba tossica di 800mila tonnellate

La discarica Resit è in attività dal 1978 e contiene oltre 800mila tonnellate di rifiuti. Tra questi 30mila tonnellate provenienti dalla bonifica dell’Acna di Cengio in Piemonte. Di proprietà dell’avvocato Cipriano Chianese, "re dei rifiuti" più volte arrestato, è sotto sequestro dal 2003. Ma negli anni precedenti è stata a lungo usata per le varie emergenze rifiuti in Campania grazie alle protezioni del clan dei "casalesi" e del mondo politico. Una consulenza per la procura di Napoli aveva lanciato un preciso allarme: entro il 2064 il percolato altamente tossico che «fuoriesce inesorabilmente dagli invasi sarà completamente penetrato nella falda acquifera». I due processi hanno portato alla condanna a 20 anni per il boss dei "casalesi" Francesco Bidognetti per avvelenamento della falda acquifera e disastro ambientale, con l’aggravante mafiosa. Venti anni anche per Chianese per disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti con l’aggravante mafiosa. Sedici anni per l’imprenditore Gaetano Cerci, legato a Licio Gelli. Cinque anni e sei mesi per Giulio Facci, ex sub commissario all’emergenza rifiuti tra il 2000 e il 2004.

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