sabato 8 febbraio 2014
In «Giustizia e persona» di Stefano Filippi il racconto dell’esistenza che riparte. E di uomini che tornano a sperare.
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In carcere, di solito, la vita cambia. In peggio. Per­ché si sta stretti in celle sovraffollate, perché spes­so la detenzione diventa scuola di delinquenza, perché la violenza detta legge tra i detenuti.... e l’e­lenco potrebbe continuare. Ma nel mondo carcerario accadono fatti che vanno in direzione contraria, che lasciano filtrare una luce di po­sitività in un universo umano abi­tuato a vivere nel buio. A un magi­strato può accadere di scoprire che le ferite di un detenuto diventano fe­ritoie aperte sul mistero della sua e­sistenza. A un detenuto può accade­re di incontrare chi non lo guarda a partire dal reato che ha commesso ma dalla consapevolezza che un uomo non è definito dal suo errore. «Giusti­zia e persona», scritto dal giornalista Stefano Filippi (Bietti editore), docu­menta come la vita può cambiare in meglio anche dietro le sbarre, quando a guardarsi in faccia sono gli uomini prima dei ruoli e delle di­vise. Quando si intuisce che il bisogno di ciascuno è infinito, e ci si può aiutare a entrare in rapporto con questo infinito. Lo aveva colto trent’anni fa, varcando la soglia di San Vittore, una gio­vane insegnante momentaneamente prestata alla politica, Mirella Bocchini, consigliere comunale della Dc nella Milano che faceva i conti con la pesante eredità degli anni di piom­bo. Insieme ad alcuni amici fonda l’as­sociazione Incontro e Presenza, che og­gi opera con 100 volontari nelle carceri di San Vittore, Bollate e Opera a favore di detenuti, di tanti 'ex' e delle loro fa­miglie.Dal racconto emerge lo spesso­re umano di chi si misura quotidiana­mente con questo mondo, facendo i conti con le sue note carenze e con tan­te promesse non mantenute, ma met­tendoci del suo per renderlo più umano. Accade co­sì che Santo Tucci, entrato in galera nel 1972 all’età di sedici anni e sulla cui pratica sta scritto 'fine pe­na 2030', dopo avere scatena­to risse e rivolte, essere evaso più volte, avere subito svaria­te condanne e conosciuto i 'braccetti della morte' dove l’unico sentimento che lo fa­ceva 'sentire vivo' era l’odio, riconosce che la molla del cambiamento è scattata nell’incontro con un vo­lontario che ha riaperto la finestra dell’umano chiu­sa da troppo tempo. Quella finestra l’hanno aperta in tanti, grazie all’incontro con direttori di carcere e magistrati di sorveglianza illuminati, con volontari e imprenditori che li hanno aiutati a percorrere la strada del riscatto imparando un lavoro e prepa­randosi a tornare in una società che avevano ferito. La questione decisiva è stata non sentirsi schedati in una categoria, ma guardati come persone, co­munque più grandi del reato commesso. E allora quello che molti (non senza ragione) continuano a ritenere il posto peggiore dove campare, può di­ventare luogo della rinascita. Non aveva torto, il buon Giambattista Vico, quando scriveva, quattro secoli fa: «Paion traversie, e invece sono opportunità».
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