martedì 17 febbraio 2015
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Con la prevenzione, l’attività di intelligence, si può ancora fare molto in Libia. Ma bisogna farlo subito, senza aspettare i tempi dell’Onu o della Nato. Ne è convinto il prefetto Carlo De Stefano, vice presidente della Fondazione Icsa che domani - con l’intervento del sottosegretario Marco Minniti - presenterà in nuovo rapporto sulla "prevenzione e contrasto del terrorismo internazionale di matrice jihadista", dopo quello di novembre dedicato al’Is. Avevate lanciato l’allarme, anticipando i tempi. Ora è tardi?Qui ci troviamo di fronte a un fallimento del governo, o per meglio dire dei governi che si contendono la guida della Libia e c’è il concreto rischio che l’Is, il sedicente Califfato islamico, riempia questo vuoto istituzionale, alzando la sua bandiera. L’Is può essere ancora fermato?Siamo in presenza di molti gruppi di terroristi senza scrupoli presenti sul territorio che originariamente facevano capo ad al-Qaeda e ora guardano all’Is come nuovo riferimento ideologico. Un collegamento non ancora strutturato?Il collegamento nasce dalla propaganda anche sulla Rete, ma in questo quadro in rapida evoluzione la situazione può peggiorare velocemente. I gruppi, diventando padroni del territorio, possono tendere ad istituzionalizzarsi facendo fronte unico e stabilendo un collegamento organico col cosiddetto Califfato. Che cosa si può fare allora?Si può e si deve agire d’intesa con le Municipalità, che conservano in gran parte una loro credibilità e maggiormente collegate cl territorio, per offrire un riferimento alle tribù smarrite, prima che arrivi l’Is.Ma chi si può intestare quest’operazione?Si dovrebbe partire dai Paesi aderenti la coalizione Nato di Cardiff che ha avviato un processo di coinvolgimento dei Paesi Arabi, che è cruciale e va allargato, proprio perché è sul piano culturale che va vinta innanzitutto la sfida dell’estremismo di matrice religiosa. L’Italia che ruolo dovrà avere?L’Italia deve assumere un ruolo cruciale, da capofila, mettendo in campo ai massimi livelli sia la sua iniziativa diplomatica sia l’attività di intelligence. Bene ha fatto quindi il governo a sottolineare l’urgenza di un intervento e bene ha fatto il presidente del Consiglio a sottolineare come tale azione possa dispiegarsi subito, prima ancora dell’intervento militare vero e proprio, che andrà deciso - con i tempi necessari - nelle sedi internazionali opportune, Onu e Nato. La vostra analisi già denotava un aumento del rischio per le nostre imprese. La minaccia dal 2011 al 2012 era già passata, in Libia, da un livello di attenzione blu, al giallo, elevato, e lo scorso anno si era portato alle soglie del livello arancione, alto. È evidente che ora, con la chiusura anche della nostra ambasciata il rischio è salito ulteriormente per le nostre aziende, quelle operanti nell’energia e nelle grandi opere. E deve diventare una priorità la salvaguardia della loro sicurezza. Ma non sottovaluterei l’episodio che si è verificato della sottrazione da parte degli scafisti di un gommone, che potrebbe ripetersi se non verranno adottate le necessarie contromisure.
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