mercoledì 23 luglio 2014
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C’è una catena di orrori che disorienta e annichilisce in queste tragedie del mare che si susseguono con ritmo implacabile e assurdo. Come se un male, lasciato a se stesso e guardato con indifferenza e talvolta con fastidio, riuscisse a fare germinare nuovi frutti malati, sempre più velenosi nella loro sconcertante spirale di malvagità. Come se un esito ancora più atroce e perfido di quanto mai riuscissimo ad immaginare, potesse servire a cancellare il rischio più terribile, quello dell’abitudine e della soluzione scontata. No, non c’è nulla di scontato in questi viaggi della speranza, in questi tentativi talvolta eroici, talvolta temerari, sempre disperati di fuggire dalla guerra, dalle persecuzioni, dalla fame. Scelte estreme da parte di uomini e di donne in cui si intrecciano auspici di salvezza, bassi opportunismi, sete di denaro e trame criminali. Su queste colonne abbiamo più volte documentato la crudeltà estrema dei predoni che violentano e imprigionano uomini e donne in transito, attraverso il deserto, dal Corno d’Africa alle coste libiche. Abbiamo raccontato di persone scambiate e vendute, oggetto di ricatto e di minacce per chi è rimasto, e alla stesso tempo miraggio di guadagno per le bande che spadroneggiano ai limitare del Sahara. E abbiamo anche dato conto delle disparità di trattamento di cui sono vittime gli africani al momento dell’imbarco. Visto che possono pagare poco, sono costretti a viaggiare al limite del sopportabile, schiacciati gli uni agli altri, nelle stive nauseabonde e oscure. Così che al pericolo delle onde finisce per sommarsi quello dell’asfissia che – come più volte capitato in queste ultime settimane – non lascia scampo.Ma ora, l’eco della nuova, terribile vicenda, che rimbalza dalla procura di Messina, ci parla di un capitolo di atrocità ancora peggiore, se possibile. Cento o forse centocinquanta persone morte: 29 asfissiate, una sessantina cadute in acqua, altrettante pugnalate e buttate in mare forse per alleggerire il carico del natante, forse per una lite divampata tra le varie etnie. Uomini, donne, bambini colpiti a morte e scaraventati in acqua, in una mattanza di suprema barbarie sotto lo sguardo indifferente o complice dei trafficanti di morte. Su quella carretta cigolante in balia del Mediterraneo, come in tutti gli altri luoghi in cui il male tritura e sovrasta il bene, l’umanità si è eclissata per lunghi, interminabili momenti. Che fare? Tirarsi fuori? Prendere le distanze dalla sorte di queste persone disperate che chiedono accoglienza? Pensiamo anche ad episodi come questo, quando qualcuno propone di allentare vigilanza e soccorsi nel Canale di Sicilia.
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