mercoledì 26 settembre 2018
No all’abolizione della protezione umanitaria: «Con queste norme l’Italia torna indietro. Colpisce l’accoglienza diffusa».
Gualzetti (Caritas): colpo all’integrazione

«Il decreto è esattamente all’opposto della filosofia della Caritas. Perché va nella direzione della chiusura e si concentra sull’espulsione e riesce a rendere difficile l’integrazione, sulla quale si dovrebbe investire». È preoccupato Luciano Gualzetti, direttore della Caritas Ambrosiana, perché l’attacco all’accoglienza diffusa contenuto nel decreto sull’immigrazione colpisce il metodo sperimentato con successo in questi anni dalla Chiesa italiana per integrare rifugiati e richiedenti asilo sui territori: piccoli gruppi per facilitare la conoscenza, stimolare la reciprocità e vincere i pregiudizi. Con 2.300 persone accolte tra rifugiati, richiedenti asilo e minori non accompagnati in appartamenti e piccole comunità, l’organismo pastorale della Diocesi di Milano una delle più grandi della Chiesa cattolica - vanta un’esperienza con pochi eguali sul fronte migratorio.

Gualzetti attende l’esame del Colle sul testo, che a giudizio di molti esperti potrebbe presentare profili di incostituzionalità, ma intanto ritiene preoccupanti le norme approvate dal Consiglio dei ministri. «Le norme non affrontano i problemi veri, la questione dell’accoglienza e la qualità dell’accompagnamento. Invece si fa di tutto per espellere e limitare al massimo le possibilità di riconoscimento, togliendo le condizioni minime per un percorso serio. Quello che ci spiazza di più è la volontà di ostacolare l’accoglienza diffusa sui territori, modello che prevede la presenza di poche persone con il coinvolgimento delle comunità sul quale avevamo puntato molto. Per noi è quello il sistema più adatto per lavorare seriamente, evitando concentrazioni di immigrati in grandi centri. Il decreto ha scelto la linea opposta».

Come?
Depotenziando il sistema Sprar, che accoglieva nei Comuni rifugiati e richiedenti asilo, modello che funzionava. Invece si restringe lo Sprar a rifugiati e minori non accompagnati e gli altri finiranno nei centri di accoglienza straordinaria, quindi in grandi strutture, in attesa che le commissioni si pronuncino sulle domande di asilo. Qui non verranno date loro opportunità di integrazione. Ma così si mina alla radice il sistema di accoglienza diffusa che la Caritas aveva cercato di realizzare in collaborazione con le istituzioni. Questo rispecchia una mentalità che non ci appartiene. Noi non siamo per far entrare tutti, ma per trattare chi è entrato sul territorio nazionale con dignità.

Quali risultati ha prodotto l’accoglienza diffusa dello Sprar?
Molti percorsi di integrazione delle persone, molte delle quali hanno potuto imparare l’italiano, capire la nostra cultura, trovare lavoretti per corrispondere all’aiuto ricevuto in un’ottica di reciprocità. I piccoli inserimenti hanno fatto bene anche alle comunità che, incontrando piccoli gruppi, hanno vinto paure e pregiudizi alimentati anche da una propaganda che vuole solo spaventare. Stiamo parlando di una goccia nel mare dell’accoglienza, che certo non era organizzata bene perché puntava sulla logica emergenziale andando a cercare posti ovunque e affidandosi anche a cooperative improbabili. Ma l’alternativa per noi era potenziare gli Sprar accelerando nel contempo le risposte alle domande di asilo.

Cosa comporta l’abolizione della protezione umanitaria?
La protezione umanitaria è prevista in molti Stati europei, così si torna indietro. Se c’erano abusi nella discrezionalità con cui si è riconosciuta protezione a chi non aveva diritto, andavano colpiti. Ma togliere allo Stato la possibilità di concedere un permesso a chi non ha le condizioni per chiedere asilo rimandandolo in Paesi dove rischia la persecuzione, mi risulta poco comprensibile. O meglio, essendo tantissimi i Paesi con conflitti non dichiarati dove si perseguita la gente, l’obiettivo è diminuire la possibilità di concedere ospitalità a chi fugge da situazioni difficili.

Il governo sostiene che espulsioni e rimpatri saranno più facili. Condivide?
Credo che aumenteranno le incertezze e i giorni di detenzione e fermo, i rimpatri sono molto difficili. Meglio affrontare il problema con percorsi di inserimento e integrazione. È ineludibile la questione delle vie di ingresso legali. Non è possibile che oggi l’unico sistema sia chiedere asilo. Andrebbero ampliati i corridoi umanitari e riformata la legge sull’immigrazione perché l’Italia ha bisogno di immigrati regolari. Chiudersi è impossibile.

© Riproduzione riservata