martedì 6 luglio 2021
Come era prevedibile, visto il muro contro muro fra Lega, Fi e Iv da un lato e Pd, M5s e Leu dall'altro, non è stato trovato alcun accordo nella riunione in Senato dei capigruppo di maggioranza
L'aula del Senato

L'aula del Senato - Lapresse

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Alla fine, il copione della giornata si è svolto come previsto. Dopo l’infruttuoso tavolo di mediazione mattutino, in serata il voto dell’assemblea di Palazzo Madama ha deciso che il testo del disegno di legge Zan che sanziona l’omotransfobia, già approvato dalla Camera, andrà in Aula al Senato martedì 13 luglio. Lo iato che lacera la maggioranza sulle definizioni contenute in diversi articoli (1, 4, e 7 soprattutto) è dunque rimasto. Il tentativo di mediazione offerto da Lega, Italia Viva e Forza Italia, è stato respinto da Pd, M5s e Leu. E ora si andrà alla conta finale con il voto in assemblea (eventualmente segreto, se richiesto da almeno 20 senatori) e che potrebbe essere deciso sul filo di lana, con 140-150 possibili "sì" contro altrettanti potenziali "no" e i 17 senatori di Iv a fare da ago della bilancia in un senso o nell’altro.

Il fallimento della mediazione

Dunque, l’aula del Senato ha confermato la calendarizzazione della legge sull’omofobia il 13 luglio alle 16,30, respingendo i calendari alternativi proposti da Fi e Lega (che prevedevano l’approdo della legge dopo il 20) e la proposta radicale di Fdi (che chiedeva di mettere all’ordine del giorno la discussione sulla Commissione d’inchiesta sui rifiuti). A nulla è valso neppure l’appello della presidente del Senato Elizabetta Alberti Casellati a un’ulteriore riflessione di una settimana. Tutto questo dopo che la riunione del tavolo fra i capigruppo, proposto dal presidente leghista della commissione Giustizia Andrea Ostellari, si era conclusa con un nulla di fatto. La mediazione cercata da Lega e Iv si è arenata di fronte al muro eretto da Pd, M5s e Leu. Fra le proposte di Ostellari c’era quella di eliminare dal testo «ovunque ricorrano, le parole identità di genere». Ma Pd, pentastellati e Leu hanno difeso a spada tratta l’attuale formulazione del provvedimento, compresi gli articoli 1, 4 e 7 su cui si appuntano dubbi e critiche delle altre forze politiche e di giuristi autorevoli, nonché le perplessità della Santa Sede, espresse in una nota diplomatica inviata al governo italiano.

Rimpallo di «responsabilità»

Nell’acceso confronto fra i partiti, rimbalza il termine «responsabilità». Lo adopera il capogruppo di Iv Davide Faraone, stigmatizzando l’atteggiamento non costruttivo di Pd e 5s: «Lo scontro frontale è un grande errore e chi lo porta avanti se ne assume l’esclusiva responsabilità». Nel Carroccio, lo usa Ostellari: «La mia proposta di sintesi aveva raccolto il sì di Lega, Fi, autonomie, Iv, l’assoluta maggioranza del tavolo, ma si è voluto fare altro. Noi eravamo per il dialogo, qualcuno ha detto no. Vogliono andare in Aula? Si assumeranno le loro responsabilità». E il leader leghista Matteo Salvini poggia il carico da undici sulle spalle del segretario dem: «Se la legge sarà affossata, il nome di chi ha impedito che si arrivasse all’unità è quello di Enrico Letta. Noi continueremo ad insistere sul dialogo, da qui al voto». Analogo rammarico arriva da Fi. Dal canto suo, Letta tira dritto: «Calendarizzato il ddl Zan. Quindi vuol dire che i voti ci sono. Allora, in trasparenza e assumendosi ognuno le sue responsabilità, andiamo avanti e approviamolo». E il primo firmatario del ddl, il dem Alessandro Zan, incalza i renziani (che alla Camera avevano approvato l’attuale testo): «Voglio escludere che nelle parole di Matteo Renzi si celi un accordo con Salvini. Andiamo in Aula e incrociamo le dita. Se Iv vota compatta, i numeri ci sono».

La conta finale ​

Insomma, senza mediazioni in extremis nella manciata di giorni che resta fino al 13, si andrà all’incognita del voto finale. Per nulla scontato, come pronostica il senatore forzista Maurizio Gasparri: «Pd e grillini pensano di aver vinto, ma è una vittoria di Pirro. E lo vedranno in Aula nei prossimi giorni».

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