Dalla Siria a Roma. Gli sposi «miracolati» dai corridoi umanitari


Luca Liverani mercoledì 28 dicembre 2016
A Natale 2015 erano ostaggi del Daesh a Raqqa, oggi aspettano una figlia che nascerà in Italia
Ghandi e la moglie Madleen

Ghandi e la moglie Madleen

Cinquecento bambini, donne e uomini salvati in meno di un anno dai campi profughi libanesi e portati in Italia, saltando la 'roulette russa' dei viaggi della disperazione. I corridoi umanitari sono frutto di un Protocollo d’intesa sottoscritto dal ministero degli Esteri e dell’Interno con la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e la Tavola Valdese. Al progetto intende affiancarsi la Cei, che attraverso i suoi organismi Caritas italiana e Fondazione Migrantes e assieme a Sant’Egidio, ha intenzione di finanziare corridoi per altri 500 migranti. Il progetto-pilota – che dal 4 febbraio a oggi ha visto concludersi otto missioni – unisce diversi obiettivi: evitare le traversate del Mediterraneo, impedire lo sfruttamento da parte dei trafficanti, concedere a persone più vulnerabili (vittime di persecuzioni, violenze, bambini, anziani, malati, disabili) un ingresso legale sul territorio italiano con la possibilità di presentare domanda di asilo. La sicurezza è anche per il Paese di accoglienza, perché il rilascio dei visti umanitari prevede i necessari controlli da parte delle autorità italiane. I corridoi umanitari - frutto di una collaborazione ecumenica fra cristiani cattolici e protestanti - prevedono l’arrivo nel nostro Paese, nell’arco di due anni, di mille profughi da Libano (per lo più siriani fuggiti dalla guerra), Marocco (tappa per chi fugge dai Paesi subsahariani interessati da guerre civili) e dall’Etiopia (eritrei, somali e sudanesi). Ha collaborato la Comunità Papa Giovanni XXIII presente in Libano. L’iniziativa è totalmente autofinanziata. Prevista anche l’ospitalità e l’integrazione sociale, scolastica e lavorativa assieme ad altre associazioni, parrocchie, istituti religiosi, famiglie. Alla fine saranno mille persone in 24 mesi più i 500 della Cei.

Forse è per il nome importante che porta, se è riuscito ad riemergere dal vortice di violenza, dolore e angoscia che lo stava sommergendo in uno degli scenari di guerra più feroci degli ultimi decenni. Si chiama Gandhi ed è un profugo siriano cristiano ortodosso. Elettricista, oggi ha 28 anni e ha passato quasi cinque mesi nella paura più nera e profonda. I 174 giorni in cui la sua giovane sposa, Madleen, 26 anni, è stata ostaggio a Raqqa dei terroristi del Daesh. Ora l’incubo è finito e tra due mesi arriverà a dare una prospettiva alla loro nuova vita la loro prima figlia. Gandhi e Madeleen sono due dei 500 miracolati dei corridoi umanitari. Nell’aula della scuola di italiano a Trastevere della Comuntà di Sant’Egidio ripercorrono i fotogrammi di quei mesi angosciosi. Sono di Homs, la città siriana vicina ai confini libanesi. Lui li attraversa spesso, di nascosto, per trovare lavoro. Anche durante la guerra che sembra lontana. Decidono di sposarsi, poi il giovane elettricista parte di nuovo. Dieci giorni dopo gli uomini del Califfato piombano ad Homs e l’8 agosto 2015 rastrellano tutti i civili rimasti. Estorcono denaro a tutti in cambio della libertà. Madleen però non è nata ad Homs, ma in un villaggio vicino. Non è neanche musulmana. Una preziosa merce di scambio.

Con altre tre donne e un bambino viene caricata in macchina. Cinque ore di viaggio per coprire i 275 chilometri che li conducono a Raqqa, nel cuore della Siria. «Ci hanno fatto scendere in un sotterraneo, senza luce né acqua – racconta – dove ci portavano il cibo. Non ci hanno maltrattato fisicamente, ma ci hanno brutalizzato psicologicamente. 'Siete dei miscredenti', gridavano minacciosi. Eravamo piene di paura, sapevamo di essere in mano a dei terroristi. Con loro non era possibile il minimo dialogo. Non solo perché non ci permettevano di parlare, ma anche perché molti non conoscevano nemmeno l’arabo». Foreign fighters, probabilmente.

Per due mesi non c’è nessuna possibilità di comunicare. «È stato il periodo peggiore – racconta Gandhi – poteva esserle successo di tutto. E io ero pieno di rabbia e di paura, perché non potevo fare assolutamente nulla. Se non pregare, continuamente». I sequestratori contattano i familiari delle rapite, con i numeri trovati sui telefonini delle donne. Chiedono cifre stratosferiche, 500 mila dollari di riscatto per ognuna, «altrimenti diventeranno le nostre spose» è la minaccia perfida. La Chiesa locale comincia una delicata trattativa. «A quel punto – racconta Madleen – ci hanno bendate e trasferite in un altro grande locale sotterraneo, assieme a un centinaio di altri ostaggi cristiani-assiri». I tagliagole del Daesh alla fine si accordano per un riscatto da 200mila dollari per le quattro donne di Homs. «'Voi sarete libere', ci hanno detto, ma non ci credevamo », dice la giovane siriana. Dopo aver passato il Natale in una galera del califfato, il 29 gennaio finalmente i terroristi le consegnano ai mediatori e Madleen torna a riabbracciare la sua famiglia. E il marito? «Se la spassava in Libano», dice scherzando la ragazza. «In realtà chi stava fuori soffriva più di noi – dice seria – perché non sapevano cosa ci stesse succedendo, se ci stavano violentando o ammazzando. Sono stata fortunata perché non avevo parenti nell’esercito. Quegli ostaggi vengono trattati malissimo».

Un mese e mezzo dopo può riabbracciare Gandhi. Pazzo di felicità: «Per festeggiarla avrei messo addobbi e luminarie in tutto il Libano», dice l’elettricista. La vita è salva, ma la sopravvivenza è difficile. A Beirut riesce a racimolare 6 o 700 dollari al mese. Affitta un appartamentino che gli costa 500 dollari. Dopo quattro mesi trova un alloggio nella chiesa siro-cattolica del quartiere di Fanar. Poi l’incontro con Maria Quinto, una delle responsabili dei corridoi umanitari della Comunità di Sant’Egidio. E la vita ricomincia a Roma.

Tornerai in Siria? Gandhi schiocca la lingua alla siciliana e solleva il mento. È un no senza appello. «Quando la crisi in Siria finirà torneremo per trovare i parenti. Ma per noi non c’era futuro. La nostra vita è in Italia. È qui che nascerà la nostra bambina». Il nome? Lo faremo scegliere a Maria», dicono sorridendo.

© Riproduzione riservata

Attualità

Antonio Maria Mira
La mafia prova a rioccupare i territori e lo fa colpendo chi glieli ha tolti. In primo luogo la memoria e i frutti che quella memoria ha prodotto ...