venerdì 5 aprile 2013
Bloccata la ricostruzione del centro. L’arcivescovo: i giovani se ne vanno. Ma Magani (Mibac): restaureremo 250 monumenti in 9 anni. Il 6 aprile del 2009 il terremoto ha fatto 309 vittime e danni per 10 miliardi: nel cratere domina l’incertezza.
IL COMMENTO La fatica a occhi aperti dell’Aquila di Giovanni D’Alessandro
LE CELEBRAZIONI Messa alle Anime Sante e veglia notturna
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«Potete scrivere quello che avete scritto l’anno scorso. E l’anno prima…» Ironia amara e tanta stanchezza nelle parole dell’assessore alla ricostruzione Pietro Di Stefano. Quattro anni dopo il sisma che ha fatto 309 vittime e 10 miliardi di danni l’Aquila continua a non volare. «La ricostruzione leggera è a buon punto ma quella pesante è partita solo nelle periferie» ammette Di Stefano. L’unico segnale di primavera viene dal ministero dei beni culturali: annuncia la partenza di 65 cantieri e promette di restaurare i monumenti lesionati, cuore della città, in nove anni.Per ora il centro è deserto, puntellato, spettrale. I processi (e le condanne) aiutano a razionalizzare il dolore ma non rimettono in piedi una città. «Abbiamo fatto tanto per riaprire bar e negozi - denuncia Celso Cioni, direttore di Confcommercio Abruzzo -. Ora si getta la spugna. Anche la zona franca è stata una presa in giro: ogni impresa avrà diritto a detrazioni fino a 200mila euro, tuttavia non si sa come andranno considerate quelle concesse nel 2009, che per l’Europa erano aiuti di Stato. E il 10 aprile scadono i termini...» Nebbia fitta anche per le ditte che si vedono rifiutare il Durc perché, non essendo state pagate, non hanno versato i contributi di legge. Nel suo messaggio di Pasqua, l’arcivescovo Giuseppe Molinari ha parlato dei giovani che se ne vanno perché «constatano con immensa amarezza e tanta rabbia che la città non offre loro più nessuna speranza per il futuro». L’incertezza è moneta corrente nel capoluogo abruzzese, dove il 40% della popolazione non rientra a casa propria dalle 3 e 32 del 6 aprile 2009. Tra affitti concordati, Case del governo e Map, toponomastica sconvolta e viabilità impazzita si vive in un clima di perenne transumanza; il sindaco ha dovuto emanare un’ordinanza per costringere i suoi concittadini a «esporre i nominativi su cassetta postale e campanello». Urbanisticamente, la città è esplosa: «se devi comprarti una camicia ti serve la piantina - commenta Cioni - perché con la chiusura del centro i negozi hanno dovuto spostarsi verso l’esterno e ciò ha fatto crollare gli acquisti d’impulso, che coprono il 50-60% del giro d’affari». Campane a morto anche secondo Confindustria: «Quel che non è stato fatto in quattro anni pesa sul settore edile e i soldi per la cassa integrazione stanno finendo» testimonia il direttore Antonio Cappelli. Che non crede alle promesse di una ricostruzione completa in 5 anni (secondo il sindaco) o in dieci (secondo il governo). Confcommercio mette sotto accusa la politica e i «continui litigi» tra il commissario alla ricostruzione Gianni Chiodi, governatore pidiellino, e il sindaco pidino del capoluogo, Massimo Cialente: «si sono comportati come i capponi di Renzo, si beccavano e si beccavano, senza capire che insieme avrebbero ottenuto dal governo quelle risorse che oggi non ci sono più…» Il malvezzo continua: quando Enza Blundo, neosenatrice 5stelle, ha cercato di rilanciare la legge di iniziativa popolare per la ricostruzione, presentata nella scorsa legislatura da Giovanni Lolli (Pd), da sinistra è stata investita da una salva di polemiche, come se si trattasse di uno "scippo". A Pasqua Molinari ha detto anche: «Sembra che una grande maledizione si sia abbattuta su coloro che abbiamo eletto come rappresentanti del popolo. La maledizione è la perdita di ogni buon senso».Non ci si divide invece sui denari che non ci sono. L’assessore Di Stefano è l’uomo del cronoprogramma: «finora abbiamo speso due miliardi nella ricostruzione leggera delle periferie e quei soldi sono finiti. Servono almeno 5,2 miliardi per restaurare le abitazioni del centro storico. Se si stanzia un miliardo all’anno entro il 2019 ce la faremo; diversamente non si vede a cosa serva uno Stato che lascia morire un capoluogo di Regione». A fine dicembre il Cipe ha stanziato 985 milioni (legge 77/2009) ma «non sono stati trasferiti e navighiamo a vista». Di Stefano accusa Chiodi di «aver lasciato la città senza il becco di un quattrino da ottobre» e a dargli ragione è il presidente degli ingegneri Paolo De Santis, storica controparte in quattro anni di stop and go, culminata in una focosa polemica su 5000 pratiche bloccate negli uffici e sulle nuove schede parametriche. Per gli ingegneri "limano" i contributi destinati ai proprietari delle case, ma Giandomenico Cifani dell’ITC CNR L’Aquila, uno dei co-autori delle procedure, replica: «danno fastidio solo perché definiscono regole certe sull’entità del contributo, facilitano i controlli e una migliore programmazione degli interventi superando definitivamente il sistema della contrattazione». Anche tra i tecnici molti concordano sulla necessità di rifinanziare il plafond della Cassa Depositi «anche se - continua Cifani - l’importante è la continuità dei flussi finanziari in funzione della spesa». Chi non deve più attendere è il direttore abruzzese del ministero dei beni culturali, Fabrizio Magani. Ha "ereditato" i cantieri della gestione Bertolaso-Marchetti (comprese le famose "donazioni" estere) e ora gestisce una cinquantina di interventi. Il Cipe gli ha assegnato un finanziamento di 70 milioni che, sommato ad altre risorse, «permetterà di appaltare nel 2013 i lavori su una sessantina di monumenti» assicura. Se la road map concordata tra i ministri Ornaghi e Barca sarà rispettata - e se saranno erogati con continuità i 600 milioni promessi - «saremo in grado di restituire agli aquilani e a tutti gli italiani - dichiara - 250 monumenti in nove anni».
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