sabato 24 giugno 2023
Un convegno all'Università Cattolica riapre il dibattito. La posizione del Cai: conservare ciò che c'è senza aggiungere altri segni
Croci di vetta, simboli da custodire

Massimo Calvi

COMMENTA E CONDIVIDI

Il Cervino sarebbe lo stesso senza la croce di vetta, immortalata da migliaia di alpinisti, che raggiungendola coronano il sogno di una vita? L’immagine più famosa è quella di Bonatti del 22 febbraio 1965, scattata da Hermann Geiger in volo sopra la Gran Becca. Dopo quattro giorni dentro l’immensa parete Nord, salita per una via nuova, in inverno e in solitaria, Bonatti vide finalmente la croce. «Per me quella croce raffigurò un amico, un essere umano, l’abbracciai come se avesse un’anima», scriverà nel suo diario. Sì, senza la croce il Cervino non sarebbe lo stesso.
Eppure, la presenza delle croci in cima alle montagne non è da tutti accettata. Anzi, dal ’68 in poi, ciclicamente si è aperto il dibattito, all’interno della comunità degli alpinisti ma anche tra gli intellettuali, sull’opportunità di collocare questo simbolo nel punto più elevato dei monti. Anche di questo dibattito, ancora attuale, si è parlato in un convegno all’Università Cattolica di Milano, con gli interventi di Ines Millesimi, storica dell’arte e autrice del volume “Croci di vetta in Appennino”, del sottosegretario Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, monsignor Melchor Sanchez De Toca Alameda, di Marco Albino Ferrari, direttore editoriale e responsabile attività culturali del Club alpino italiano e di Marco Valentini, consigliere di Stato e docente di Diritto penale alla Cattolica.

«Da ateo dico che le croci devono rimanere sulle montagne – sottolinea Marco Albino Ferrari -. È giusto che rimangano perché sono un segno del territorio. Nel corso dei secoli, le croci sono state messe dai montanari che, anche in questo modo, cercavano di esorcizzare la paura che la montagna ha, da sempre, generato tra la popolazione delle valli, che la credevano abitata da mostri e demoni. Allo stesso tempo – aggiunge – credo che non se ne debbano mettere di nuove. Così come si dovrebbe limitare l’apposizione di targhe e segni per ricordare i caduti in montagna». Ferrari ha esposto la posizione ufficiale del Cai sull'argomento. Poi ulteriormente specificata in un articolo del portale ufficiale del Club alpino Lo scarpone: «Lasciare integre le croci esistenti, perché testimonianze significative di uno spaccato culturale, e allo stesso tempo evitare l’istallazione di nuovi simboli sulle cime».

La croce di vetta dell'Adamello

La croce di vetta dell'Adamello - Siciliani

Conservare l’esistente, magari restaurando le croci ammalorate, senza aggiungere altro è anche la linea sostenuta da Ines Millesimi, che, nel contesto di un dottorato di ricerca per l’Università della Tuscia, ha catalogato, per la prima volta, le croci di vetta dell’Appennino, sopra i 2mila metri di quota. Il libro che raccoglie il lavoro della storica dell’arte – che si è avvalsa della collaborazione di una cinquantina di alpinisti, tra cui molti soci del Cai – presenta le schede di 66 croci. Una mappatura certosina che restituisce anche la storia e le vicende delle comunità che quelle croci hanno voluto e impiantato sulla cima delle montagne. «La croce non può essere un segno divisivo», ricorda Millesimi. Che è ora impegnata, con l’Università di Innsbruck, nella mappatura delle croci di vetta, oltre i tremila metri, delle Dolomiti e di quelle poste sulle cime delle Alpi superiori ai 4mila metri di quota. Lassù, la ricercatrice ha trovato anche cinque crocifissi, simbolo che è abbastanza raro incontrare sulle cime. Come ricorda anche Erri De Luca nella prefazione al libro di Millesimi. «Al termine di una salita – scrive De Luca – quando mi avvicino alla sommità vedo stagliarsi la croce conficcata sul punto più alto, a capolinea. Di solito è vuota, senza il corpo. Mi viene spesso in mente la domanda: è in attesa del condannato o è già stato deposto? Per un momento ho la vertigine di essere arrivato in anticipo sull’esecuzione. Attraverso la croce ogni cima richiama il Golgota. Ogni cima è il trampolino per un tuffo in cielo».

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: