martedì 17 agosto 2010
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La politica come passione di una intera vita, ma anche come paradosso carico di ironia, come grande capacità -  in parte autoreferenziale, in parte generosamente consapevole - di mettere insieme realismo e immaginazione (l’Italia che c’è e quella che si vorrebbe) in modo tale da colpire e coinvolgere il cittadino comune fuori dai tradizionali scenari in cui si agitano, si scontrano, si incontrano partiti e schieramenti, istituzioni e volontà di riforme. «In realtà io non esterno. Io comunico. Io non sono matto. Io faccio il matto. È diverso. Io sono il finto matto che dice le cose come stanno», avrebbe detto quando, lasciata la “casacca” di notaio della Repubblica (un «signor nessuno che si aggira per il Quirinale», come si divertivano a raffigurarlo non pochi vignettisti) aveva cominciato a togliersi «qualche sassolino dalla scarpa» e ad assumere il ruolo di «picconatore» che andava in strada «per parlare con la gente e possibilmente rappresentarla e tutelarla». Francesco Cossiga, morto ieri, all’età di 82 anni, è stato un “unicum”  nel panorama politico istituzionale della Prima e della Seconda Repubblica che sfugge a ogni tentativo di classificazione tra un prima e un dopo la Dc e la fine di questo grande partito. Con un paragone forse azzardato si potrebbe definirlo “Uno, nessuno e centomila” nelle sue molteplici affermazioni ma anche nelle sue calcolate ritrosie e “ignoranze” su non poche delle vicende spesso torbide dal dopoguerra in poi. In realtà il percorso politico di Cossiga è più lineare e meno discontinuo di quanto poteva emergere dalle sue esternazioni fondate su un linguaggio sempre immaginifico e spesso sapiente. Perché sapeva più di quel che diceva e proclamava meno di quel che era necessario. Per gli storici di domani, quando saranno liberi gli archivi, si aprirà  un vasto campo di ricerche e di interpretazioni. Alla Dc, Francesco Cossiga arriva giovanissimo. Aveva 16 anni, la maturità alle spalle e quasi subito dopo la laurea. La sua, a Sassari, è una famiglia laica, con qualche ascendenza – lo ricorderà lui stesso con un po’ di civetteria – massonica. Lui sceglie invece l’impegno nell’Azione cattolica, e nella Fuci dove è assistente un sacerdote, don Enea Selis (poi arcivescovo di Cagliari), che conterà non poco nella sua formazione. Nella Dc si lega ad Aldo Moro, ma non sarà mai un capo corrente. «Mai stimato, come uomo di partito, né come organizzatore, né come procacciatore di voti», dirà nel libro autobiografico “La passione e la politica”. Giovane dirigente del partito, con un’attenzione particolare ai temi istituzionali, anche per via del suo ruolo di docente di diritto costituzionale, Cossiga sarà in rapida successione il più giovane sottosegretario di Stato, il più giovane ministro e successivamente il più giovane presidente del Consiglio, il più giovane presidente del Senato, il più giovane presidente della Repubblica (nel 1985 eletto al primo scrutinio con larghissima maggioranza).E’ ministro dell’Interno quando avviene il rapimento di Moro. Una tragedia che lo colpisce politicamente e personalmente perché si conclude con l’assassinio dello statista e che lo porterà alle dimissioni dal suo incarico. In una intervista, di due anni fa, tornò a difendere la linea della fermezza. «Quando con il Pci di Berlinguer, ho optato per questa linea, ero certo e consapevole che, salvo un miracolo, avevamo condannato Moro a morte. Altri si sono scoperti trattativisti in seguito…». Verso la fine del settennio “tranquillo”  al Quirinale (durante il quale però si susseguono attentati vari, mentre il sistema politico italiano, comincia  a mostrare i primi segni di sfacelo e la Dc a entrare in una crisi che si rivelerà poi irreversibile) comincia per Cossiga il tempo delle “esternazioni”. Riguardano questioni tuttora rimaste oscure. Dalla strage della stazione di Bologna, a Tangentopoli, dalla lista degli iscritti alla P2, all’operazione “Gladio” (che Cossiga difende con fermezza), dal dossier Mitrokin, alla morte di Falcone, avvenuta una settimana prima di un suo viaggio a Mosca, alla tragedia di Ustica. Cossiga dice la sua opinione, avanza ipotesi, porta diversi elementi di valutazione. A proposito di Tangentopoli, tornata prepotentemente e tristemente alla ribalta in questi ultimi mesi, in un recentissimo libro-intervista di Andrea Cangini il senatore a vita afferma che «l’azione della magistratura fu incoraggiata dal Fbi americano e dai poteri forti italiani». Ma la riforma delle istituzioni e della politica resta al centro della sua attività politica. Nonostante i ripetuti annunci di non volersene occupare più per dedicarsi alla teologia. Nelle elezioni del 1992, che vedono il travolgente successo della Lega (da 1 a 55 seggi), Cossiga avverte che dal voto «è venuta una grande domanda di riforme istituzionali e una grande voglia di cambiamento nel modo di governare lo Stato» e annuncia, con un anticipo di dieci settimane sulla scadenza naturale del mandato, le sue dimissioni da presidente della Repubblica. Non più Capo dello Stato, nel 1997 si autocandida come leader di un centro liberaldemocratico che superi il bipolarismo in crisi; è critico con “Forza Italia” di Berlusconi. «Il suo è un partito senza democrazia. Silvio deve smetterla di comportarsi da papà…  Se lui è De Gasperi, io sono Carlo Magno», ma poi annuncia di essere pronto a schierarsi con il Polo di centrodestra… «Diamo vita a un nuovo centro: noi, i popolari, la Lega, il Ccd, tutto il trifoglio e naturalmente Forza Italia». Nel 1998 fonda l’Udr con Mastella e, dopo la caduta del governo Prodi (con il Professore è sempre stato critico) favorisce la nascita del centrosinistra di D’Alema. E’ un evento storico che chiude definitivamente la guerra fredda. Ma ben presto il giudizio sul leader della sinistra cambia: «Un centometrista che si accascia sui novanta metri… Un caporale  che non riuscirà a mascherare la sua rigidità di eterno sergente».Negli ultimi anni non mancano gli interventi e le “stilettate” di Cossiga. Dietro il sarcasmo e anche l’invettiva di non poche affermazioni, resta però inalterata la sua passione per una democrazia autentica che si rifà a Rosmini, a Moro, all’amato cardinal Newman. Ha cercato di precisarla e praticarla fino alla fine, Anche in modo corrosivo e a tratti insopportabile, Ma sempre con una  libertà e una “modernità” che ha avuto e ha pochi eguali nel panorama politico italiano.
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