Gender. Corsi sull'identità di genere a Bari. Il Forum attacca: costosi e inutili


Luciano Moia giovedì 20 luglio 2017
In Comune formazione per maestre e dipendenti comunali. E in Calabria proposta di legge regionale: le associazioni lbgt controlleranno le imprese e le Asl aiuteranno
Corsi sull'identità di genere a Bari. Il Forum attacca: costosi e inutili

Bari città omofoba e intollerante nei confronti delle diversità sessuali? Sembrerebbe quasi inevitabile, visto il grande sforzo che sta compiendo il Comune per sradicare questo male oscuro dall’anima dei dipendenti comunali. Dopo il primo ciclo di lezioni rivolto alla polizia municipale, nei giorni scorsi è stata avviata la seconda tranche riservata a 80 insegnanti degli asili nido e delle scuole dell’infanzia: 6 moduli per 24 ore complessive secondo quanto prescritto dal progetto di 'Formazione per il superamento delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere'.

Che, tradotto dal professor Alessandro Taurino dell’Università di Bari, responsabile del progetto, suona così: «Abbiamo l’obiettivo di decostruire stereotipi e pregiudizi nell’ottica del superamento delle discriminazioni, promuovendo il benessere e i diritti delle persone Lgbtqi nei luoghi di lavoro e a livello sociale e culturale».

Un clima davvero così preoccupante? A parere del Forum delle associazioni familiari assolutamente no. In una lettera aperta al sindaco Antonio Decaro, che è anche presidente dell’Anci, il cartello delle famiglie rileva che il percorso formativo deciso dal Comune nasce da una 'Indagine sulle opinioni in materia di omofobia e trasfobia' somministrata ai dipendenti comunali due anni fa su proposta del Tavolo tecnico Lgbtqi. Sempre le stesse associazioni hanno contribuito a individuare il gruppo di lavoro, elaborare il questionario, redarre il progetto formativo e ora stanno provvedendo alla sua realizzazione. «In realtà – scrive il Forum – dall’indagine preliminare al progetto non sembrerebbe che la maggior parte dei dipendenti comunali baresi manifesti vissuti o comportamenti ostili alle persone omo o transessuali».

Ma non è tutto. Il Forum ricorda anche i dati dell’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori istituito dal Ministero dell’Interno, che monitora tutte le segnalazioni di presunti reati a sfondo discriminatorio. Quante segnalazioni sono pervenute all’Osservatorio su presunte di- scriminazioni basate sull’orientamento sessuale? Ottantatre, ma in tre anni e da tutta Italia. Cioè 27,7 ogni anno, cioè 1,3 per regione. E allora il Forum si chiede: «Alla luce di questi dati, in tempi di estrema penuria di risorse economiche per i Comuni italiani, è davvero prioritario usare denaro pubblico per la realizzazione di questi progetti? C’è stata una gara d’appalto? O sono state fatte assegnazioni dirette?». Domande che al momento rimangono senza risposta.

Come nessuno ha ancora provveduto a spiegare le altre incongruenze rilevate dal Forum che ricorda una recentissima ricerca portata a termine dalla stessa Università di Bari su un un campione di otto scuole secondarie inferiori e superiori del capoluogo pugliese nell’anno scolastico 2016-2017. Il progetto, finanziato dall’Unar, puntava ad evidenziare atteggiamenti omofobici tra i ragazzi baresi ma gli esperti hanno rilevato un nulla di fatto. Tra i giovanissimi baresi nessun atteggiamento intollerante. E allora perché tanta sollecitudine in chiave antiomofoba da parte del Comune? Il Forum sottolinea un altro passaggio del progetto in questione che indica nell’acquisizione da parte delle insegnanti e delle educatrici di «competenze adeguate per educare a una cultura delle differenze, attraverso cui abbattere pregiudizi e stereotipi omotransfobici ». Nessun riferimento ai compiti educativi delle famiglie, come se un compito così delicato come l’educazione all’affettività e alla sessualità fosse di competenza solo della scuola. E si tratta di una pretesa inaccettabile.

A meno che l’obiettivo reale – ma questo il Forum non lo esplicita – non sia un’educazione finalizzata a radicare convinzioni orientate all’abbattimento della differenza sessuale secondo le cosiddette teorie del gender. Vedremo. Più esplicito l’obiettivo della proposta di legge regionale dal titolo 'Disposizione contro le discriminazioni generate dall’identità di genere e dall’orientamento sessuale' presentata il mese scorso in Calabria. L’obiettivo di «promuovere ogni azione necessaria all’integrazione sociale e lavorativa che tenga conto dell’orientamento sessuale e di genere» non finirà per configurare una discriminazione al contrario, cioé nei confronti di chi non è omosessuale? E quando la proposta di legge attribuisce alle associazioni Lgtbiqa il compito «di misurare gli standard di responsabilità sociale delle imprese circa le eventuali discriminazioni basate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere», cosa vuol dire? Che le suddette associazioni potranno sanzionare le aziende che non si adegueranno alla dittatura del pensiero unico? Altrettanto inquietante il compito a cui saranno chiamati i servizi sanitari e socio-assistenziale che dovranno «aiutare le persone ad accettare il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere».

Una sorta di 'terapia affermativa' con il ticket della Asl? Insomma, tanta confusione, come quella che si respira in questi giorni a Verona, dove non si placano le polemiche per l’annuncio del sindaco Sboarina che vorrebbe estirpare dalle biblioteche comunali 23 titoli a rischio gender. Il problema rappresentato dai libri per bambini ideologicamente orientati è molto serio. Forse troppo per lasciarlo alle bufere mediatiche e all’effetto-annuncio. Auspicabile un confronto tra esperti senza sponsor politici. Ma sarebbe pretendere troppo.

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