Lutto. Ciampi, il presidente che rilanciò la Repubblica


Angelo Picariello venerdì 16 settembre 2016
Ciampi, il presidente che rilanciò la Repubblica
Per capire chi è stato davvero Carlo Azeglio Ciampi, scomparso oggi a Roma a 95 anni, aiuta entrare, a Livorno, al ristorante La Barcarola, nella centralissima viale Carducci (con fama di dispensare il miglior caciucco della città) e trovarci le foto con dedica dell’ex capo dello Stato, amico personale del titolare Beppino Mancini. Uomo austero, prestato dall’allora istituto di emissione alle istituzioni in difficoltà, Ciampi, e al tempo stesso esponente tipico una città in grado di marchiare i suoi cittadini con un inconfondibile carattere sanguigno, ironico e schietto. Presidente della Repubblica dal 1999 al 2006, dopo un veloce cursus honorum ai vertici delle istituzioni politiche come ministro del Tesoro prima e premier e poi, seguito a una vita passata in Bankitalia, con 14 anni nelle vesti di Governatore. Il suo trasferimento a Roma avvenne in quella fase che nel dopoguerra vide travasate nella Capitale le migliori risorse e intelligenze di ogni parte del Paese. Eppure rimase sempre legato alla sua città, a Livorno come ai colori amaranto del Livorno calcio, come al giornale locale, il Tirreno, nel quale il suo papà – di mestiere ottico - era stato fotografo. Livornese ma con solidi studi nella città “rivale” di Pisa, è lì – alla Normale – che avverrà l’incontro con la moglie Franca. Partigiano, di cultura azionista. Laico ma non laicista, anzi cattolico praticante, con 10 lunghi anni di studi dai Gesuiti, fino al diploma classico. “Ero l’unico credente in un movimento di atei”, raccontò lui stesso di sé ricordando la figura del professor Guido Calogero, filosofo - un po’ eretico - dell’idealismo, condannato al confino a Scanno, in Abruzzo, dove Ciampi lo raggiungerà, dopo il rifiuto ad aderire alla Repubblica di Salò. Poi, sempre con Calogero, muoverà quelli che sembravano i suoi primi passi verso l’insegnamento. Sarà proprio la futura moglie Franca a spingerlo invece a fare quel concorso alla Banca d’Italia, dove avrebbe speso un’intera vita, fino al passaggio alla politica. Calogero è anche il maestro che gli inculco quell’idea di “rinnovamento morale della politica e delle istituzioni” che sarà la sua bussola sia quando arriverà al timone di Bankitalia a seguito del coinvolgimento nel crack Sindona e nel fallimento del Banco Ambrosiano dei vertici (poi prosciolti) di Via Nazionale, Baffi e Sarcinelli. Sia quando Romano Prodi lo vorrà al suo fianco nella delicatissima fase precedente all’unione monetaria. Il suo avvento nell’agone politico era stato preceduto da un turbine monetario e da un assalto speculativo alla lira che l’aveva indotto nel 1992 a una scelta dolorosa – ancora nel mirino dei suoi detrattori – ma ritenuta inevitabile, per salvare la nostra moneta e l’economia italiana: la svalutazione della lira. Una vicenda drammatica vissuta in stretto contatto con il governo, e il suo passaggio dall’altra parte della barricata, avverrà l’anno dopo quasi in modo naturale, nel naturale incarico di ministro del Tesoro. Con Prodi prima e D’Alema poi. Proprio l’ex leader dei Ds e il fondatore dell’Ulivo sono anche ritenuti i principali registi del suo avvento al Quirinale, sei anni dopo. Sarà un presidente popolare, fin dalla sua elezione avvenuta raramente alla prima votazione. Un settennato, il suo, che verrà ricordato per il grande rilancio che riuscirà a segnare dell’immagine della Repubblica, a partire dall’inno nazionale e la bandiera. Ma dietro quel rispolverare, da civil servant, i simboli della Repubblica, oltre alla sua formazione azionista, partigiana e antifascista influirà certamente la sua caratterialità livornese e anche la sua formazione cattolica in grado entrambe di far prevalere l’uomo su quello che altrimenti sarebbe potuto apparire come il freddo uomo del Palazzo, al vertice prima dell’istituto di emissione e poi ingessato nell’aplomb istituzionale. Invece Ciampi oltre che uomo delle istituzioni, anzi prima che questo, fu uomo e basta. Come quel giorno in cui, nel settembre del 2000, a Soverato, in Calabria, un torrente – dopo una pioggia torrenziale – si era ripreso il suo alveo, sul quale incredibilmente era stato realizzato un campeggio facendo 16 vittime fra i disabili e i volontari “eroi” dell’Unitalsi che non avevano voluto abbandonarli alla furia delle acque. Ciampi decise di andare lì di persona, incurante dell’indignazione della gente, che mostrerà di apprezzare quella sua visita coraggiosa, a nome di istituzioni che non avevano fatto un uso responsabile della loro proprietà, permettendo un uso scellerato di un’area classificata come demanio fluviale. Nel suo volto, ai funerali, la commozione e anche la personale indignazione per una tragedia che non sarebbe dovuta accadere. Il saluto ai parenti ed amici delle vittime, in un angolo riservato della sagrestia, lontano dai riflettori. Con una promessa, quella di accertare la verità e fare giustizia, che non sarebbe riuscito poi a mantenere negli anni seguenti. Una delle tante scommesse mancate in un quarto di secolo in cui la politica, dopo essersi affidata alle riserve della Repubblica per risalire la china a seguito del tracollo di Tangentopoli, in realtà non è mai più riuscita a riprendere la fiducia della gente. Sempre più sfiduciata, sempre meno presente nei partiti e alle urne. Eppure ancora, in qualche modo in carreggiata, con la speranza perenne che la prossima volta sia quella buona.  
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