lunedì 9 aprile 2018
119 mila contro 181 mila, ma accoglienza ancora difforme: l'85% è nei mega-centri Cas. Rapporto annuale del Servizio dei gesuiti: 30 mila utenti, 60 mila pasti, 1.089 ospitalità, 687 volontari
Nel 2017 meno arrivi di migranti. «Non è un successo ma una sconfitta»

L'allarme sollevato dopo il patto con la Turchia - 6 miliardi dall'Ue per strozzare la rotta balcanica dei profughi dalla Siria - non ha impedito un nuovo muro: quello eretto dall'accordo con la Libia a luglio 2017: «Ha ridotto notevolmente il numero degli arrivi attraverso il Mediterraneo, 119.369 nel 2017 rispetto ai 181.436 del 2016, ma il prezzo pagato in termini di violenza sulle persone è inimmaginabile. Non è una vittoria, ma una grande sconfitta dell'Italia e dell'Europa intera». Padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, giudica così il 2017 delle migrazioni, come emerge dall'analisi del Rapporto annuale 2018 redatto dal Servizio dei gesuiti per i rifugiati (JRS) in Italia. Politiche di chiusura dell'Occidente che hanno prodotto dal 2000 «circa 10 mila chilometri di cemento e filospinato per dividere popoli e nazioni con investimenti di milioni di euro».

Alla presentazione, assieme al presidente, il gesuita padre Camillo Ripamonti, interviene lo scalabriniano padre Fabio Baggio, sottosegretario per la sezione migranti e rifugiati del Dicastero per lo sviluppo umano integrale. Il Centro Astalli nelle sue diverse sedi territoriali (Roma, Catania, Palermo, Grumo Nevano-Napoli, Vicenza, Padova e Trento) nel 2017 ha dunque risposto ai bisogni di circa 30 mila persone, di cui 14 mila solo a Roma, dando ospitalità completa a 900. Nel corso del 2017 il Centro Astalli ha distribuito 59.908 pasti nelle mense e accolto 1.089 persone nei centri d'accoglienza: 255 nei centri Sprar e 161 nelle comunità di ospitalità. Ma accanto all'azione diretta il Centro Astalli analizza il sistema accoglienza. E il giudizio è ancora largamente insufficiente. «Nonostante l'aumentata capienza del sistema di accoglienza nazionale», c'è ancora «un numero crescente di persone che restano escluse dal sistema di accoglienza e vivono in strada». La qualità degli standard di accoglienza, inoltre, non è «né uniforme né soddisfacente». Emergono poi maggiori difficoltà di accesso a qualche forma di protezione internazionale. I Centri di accoglienza straordinaria (Cas) restano oggi «la soluzione prevalente - evidenzia il rapporto - mentre la rete Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), sia pure in crescita, a luglio 2017 copriva poco meno del 15% dei circa 205.000 posti disponibili».

E destano preoccupazione le persone che abbandonano i centri o che hanno ricevuto un revoca delle misure d'accoglienza. Molti di loro finiscono in strada o in soluzioni abitative precarie. Molti richiedenti asilo, denuncia il Centro Astalli, «restano tagliati fuori da ogni forma di accompagnamento e di supporto, materiale e legale. Non è raro il caso in cui anche la procedura d'asilo risulta sospesa e compromessa, aggravando le loro condizioni di precarietà». Una presenza che, a parte i rari momenti di visibilità mediatica, risulta «ignota non soltanto alle istituzioni ma anche agli enti di tutela».

A Roma l'inclusione dei richiedenti asilo e rifugiati poi è diventata ancora «più difficoltosa» a causa di una delibera comunale di marzo 2017 della Giunta Raggi, che vieta a enti come il Centro Astalli di rilasciare il proprio indirizzo come residenza anagrafica.«Pensiamo ai ricongiugimenti familiari per titolari di protezione internazionale, sistematicamente rifiutati perché non viene riconosciuto come valido l'indirizzo virtuale»: a Roma via Modesta Valenti, in memoria di una donna senza fissa dimora morta per strada.

Il Rapporto Annuale 2018 denuncia anche che nonostante il calo negli arrivi, la percentuale di morti durante le traversate resta alta: due migranti su 100 ancora muoiono in mare, una cifra invariata dal 2016 al 2017. Molti comunque hanno subito violenze di ogni tipo: un quarto delle persone che nel 2017 si sono rivolte allo sportello di ascolto socio-legale ha vissuto «significative esperienze di tortura e violenza intenzionale» e sono soprattutto aumentate le persone «traumatizzate dal viaggio e soprattutto dalla detenzione nei centri in Libia». Nei centri d'accoglienza - si legge nel Rapporto - «trova maggiore continuità l'accompagnamento delle persone in condizione di vulnerabilità, che nel 2017 rappresentano quasi il 40% del totale degli ospiti. Si tratta per la gran parte di donne, più esposte alla violenza nei Paesi di origine e transito, ma anche di giovani uomini e bambini che presentano vulnerabilità sanitarie significative quali invalidità e patologie croniche».

Secondo padre Fabio Baggio «i muri oggi vengono costruiti per impedire la relazione tra le persone e per fare in modo che l'altro non si veda, ma questa è una rinuncia stessa alla nostra essenza di umanità. Non c'è politica che tenga se non ci sono le persone per cui si esercita. Fondamentale oggi è salvare vite. Le politiche di oggi non devono chiudere alle persone ma permettere una migrazione regolare».

A portare una testimonianza su cosa significhi oggi migrare è Mussa, 27 anni, che arriva dal Mali. Studente di legge, dopo la morte di sua madre deve interrompere l'università e inizia a lavorare come meccanico occupandosi delle auto del governo. «Tutto andava bene fino al colpo di stato - racconta - dopo, per tutti coloro che lavoravano per il governo ci sono stati problemi. Sono stato imprigionato, torturato e picchiato. Poi un giorno sono riuscito a scappare, ho camminato tantissimo fino all'Algeria e alla Libia. Qui ho capito che in Libia era peggio che in Mali: ancora una volta tortura e violenza». Lavora 15 ore al giorno, viene rapinato, arrestato, liberato su riscatto. Poi il mare: tre giorni di traversata, il salvataggio. «Ora sono ospite del Centro Astalli, studio italiano e cerco un lavoro. Vorrei riprendere legge, ma per ora, visto che conosco i motori, mi piacerebbe fare il meccanico in Italia».


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