giovedì 19 marzo 2015
​Tasso sopra la media Ue, sensibile aumento negli ultimi sei anni a causa della crisi. Preoccupa la mancanza di lavoro e di tutele per i giovani.
In Italia ci sono oltre 17,32 milioni di persone a a rischio di povertà o esclusione sociale con un aumento di oltre 2,2 milioni negli ultimi sei anni di crisi. È quanto emerge dalla ricerca "La composizione sociale dopo la crisi" realizzata dal Censis nell'ambito dell'iniziativa annuale "Un giorno per Martinoli. Guardando al futuro". Lo studio rileva che il tasso di persone a rischio di povertà è pari al 28,4% in Italia, superiore a Spagna (27,3%), Regno Unito (24,8%), Germania (20,3%) e al valore medio dell'Ue (24,5%). Non solo, ma le disuguaglianze sono aumentate "perché chi meno aveva più ha perso". Nell'ultimo anno gli operai hanno avuto un taglio della spesa media familiare mensile del 6,9%, gli imprenditori del 3,9% e i dirigenti dell'1,9%. Giovani e lavoro, tutele da tutelare. Per il 67,5% degli italiani "pagare meno o dare meno tutele a chi entra nel mercato del lavoro non è giusto, perché si creano fasce di lavoratori penalizzati e facilmente ricattabili". È quanto emerge dalla ricerca del Censis. Il 19,3% lo considera inevitabile "altrimenti le aziende non assumerebbero nuovo personale" mentre per il 13,2% "è giusto, perché per forza di cose il nuovo arrivato è meno capace e produttivo". Per il Censis "ora che si annuncia la ripresa, gli italiani dicono no a ogni forma di precariato". Il bilancio dell'occupazione nel periodo della crisi testimonia la perdita di 615.000 posti di lavoro e l'aumento del precariato. Sui nuovi assunti del 2013 le persone con contratto a tempo determinato (inclusi i cocopro) sono state il 60,2% del totale, mentre nel 2007 erano il 51,3%. E tra i giovani la percentuale sale al 69,6%, mentre nel 2007 erano il 56,9% (con un balzo di 12,7 punti percentuali). I precari, prosegue la ricerca, "sono stati i più colpiti dalla crisi, con licenziamenti e contratti non rinnovati". Sono l'11,6% degli occupati totali, ma sono il 31,2% dei licenziati o usciti dal lavoro nell'ultimo anno. Il costo del precariato è stato pagato di fatto dalle famiglie, con l'erogazione di oltre 4 miliardi di euro annui per i millennials (18-34 anni) privi di risorse che vivono per conto proprio. Le imprese voglio ripartire, bocciata la pubblica amministrazione. Le imprese sono pronte a cogliere la ripresa economica ma la politica "rischia il flop" a causa di una pubblica amministrazione inefficiente. Questi sono i principali risultati della ricerca "La composizione sociale dopo la crisi" realizzata dal Censis nell'ambito dell'iniziativa annuale "Un giorno per Martinoli. Guardando al futuro". Dallo studio emerge che il 50,5% degli italiani pensa che la pubblica amministrazione funzioni male (il dato sale al 59% al Sud) e solo per meno dell'1% funziona molto bene. Per il 63,5% nell'ultimo anno la pubblica amministrazione non è cambiata, per il 21,5% è addirittura peggiorata e solo per il 15% è migliorata. Per farla funzionare meglio il 45,3% degli italiani chiede in primo luogo il pugno di ferro per punire i corrotti e regole più severe per licenziare i finti malati. Il 34,7% vorrebbe l'assunzione di dirigenti giovani, dinamici e capaci di organizzare meglio le cose. Il 22,1% chiede che i dipendenti pubblici siano licenziabili come quelli che lavorano nel privato e il 19,3% vuole che i più meritevoli vengano pagati meglio. Intanto, sottolinea il Censis, "per ottenere autorizzazioni e accelerare pratiche restano le solite maniere: dalla raccomandazione al regalino". Per ottenere un'autorizzazione o accelerare una pratica nella pubblica amministrazione 4,2 milioni di italiani hanno fatto ricorso "a una raccomandazione o all'aiuto di un parente, amico, conoscente". Infatti, sottolinea il Censis, "all'inefficienza della pubblica amministrazione gli italiani si adattano secondo una doppia morale". E sarebberon "quasi 800.000 le persone che hanno fatto un qualche tipo di regalo a dirigenti e dipendenti pubblici per avere in cambio un favore".
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