mercoledì 20 settembre 2017
La donna a capo dell’unico centro pubblico antiviolenza in Mangiagalli a Milano: «L’emergenza? Non c’è»
Alessandra Kustermann, primario del Pronto soccorso della Clinica Mangiagalli di Milano

Alessandra Kustermann, primario del Pronto soccorso della Clinica Mangiagalli di Milano

Del Soccorso violenza sessuale e domestica (Svs) attivo presso la Clinica Mangiagalli di Milano si è parlato molto negli ultimi anni. È l’unica struttura pubblica di questo tipo in Italia, operativa 24 ore su 24 con 2 psicologi, 2 assistenti sociali, 2 infermieri specializzati e un medico legale. Un luogo in cui gli stupri si incontrano, e si affrontano, ogni giorno. «Per questo sono così infastidita da questo dibattito insistente e lontano dalla realtà» spiega Alessandra Kustermann, primario del Pronto soccorso dell’ospedale milanese e fondatrice del centro.

Ci troviamo davanti a un’emergenza stupri?
Nient’affatto. I numeri degli ultimi mesi, sia a livello nazionale che nel nostro centro, sono assolutamente in linea con quelli passati. Anzi, preciserò un dato di cui per ora nessuno parla: negli ultimi tre mesi abbiamo lavorato molto meno con le donne straniere che di solito arrivavano qui in seguito alle violenze subite nei centri di detenzione in Libia, prima di imbarcarsi alla volta dell’Italia. Gli sbarchi sono diminuiti, e sono diminuite in maniera rilevante anche le vittime di stupri.

Quelli non interessano...
Esattamente. Come poco interessa precisare che gli stranieri, con gli stupri, c’entrano assai poco. Che la gente ha bisogno di un nemico, che s’è deciso che il nemico siano gli stranieri e che allora sì, per questo all’improvviso conviene parlare di stupri. Questa riflessione esula il contesto sanitario, di cui sono chiamata a parlare come medico e primario, ma mi piacerebbe tanto che si mettesse un silenziatore sull’argomento. È un appello che vorrei poter fare pubblicamente.

Torniamo alla sanità, allora. Qual è la situazione a Milano?
Nel nostro centro trattiamo mediamente 1.100 casi di violenza l’anno. Il trend è confermato per il 2017. Circa la metà sono stupri, su donne nella stragrande maggioranza dei casi, ma anche su minori e in casi sporadici (che esistono) su uomini. Per quanto riguarda gli stupri in strada, cioè compiuti da sconosciuti, registriamo una minoranza di casi: 40, mediamente.

Tutti gli ospedali sono attrezzati per gestire questo tipo di violenza?
Nient’affatto. E su questo si dovrebbe lavorare subito: attrezzare i Pronto soccorso di tutta Italia ad accogliere e trattare la violenza di genere, e anche la violenza sessuale, in collaborazione con le forze dell’ordine e coi centri antiviolenza locali. Serve una rete, serve una risposta, anche per trasformare la violenza subita in denuncia.

E per la prevenzione? Cosa pensa per esempio della castrazione chimica?
Non serve a nulla. Lo stupratore agisce non per libido, ma per disprezzo nei confronti della donna. La maggior parte delle violenze sessuali che trattiamo, per esempio, avviene alla fine di una rapina: è l’atto di estremo oltraggio alla vittima, l’esercizio di un potere e di un dominio. Bloccare il desiderio sessuale, si capisce, non produce alcun risultato se non in casi rari. Nemmeno la galera serve, per altro: lo stupro è il reato con la maggior recidiva, lo stupratore esce dal carcere ancor più rabbioso. E scarica la violenza su un’altra donna.

Che fare allora?
Disabituare alla violenza. Trattarla prima che esploda, affrontando i conflitti in famiglia e nella coppia (esistono centri apposta). Disinnescarla dall’infanzia con un’operazione educativa capillare di cui c’è più che mai urgenza nel nostro Paese.

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