sabato 14 luglio 2018
Il Rapporto Secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil, sono 30mila le aziende che ricorrono a veri e propri sfruttatori sul posto di lavoro. «Le norme? Si sono dimostrate valide»
Caporali in azienda, la «normalità» italiana

Trentamila aziende agricole, una su quattro, ricorrono ai caporali. Un affare, quello dell’intermediazione illegale e dello sfruttamento dei lavoratori, che frutta 4,8 miliardi di euro, con un’evasione contributiva di 1,8 miliardi. Vittime sono circa 430mila lavoratori italiani e stranieri, 132mila dei quali in condizione di grave vulnerabilità. Sono i numeri più gravi del 'Quarto Rapporto Agromafie e Caporalato' dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil presentato ieri a Roma alla presenza del presidente della Camera, Roberto Fico (che ancora una volta si distingue su questi temi dal resto della maggioranza), e della segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso.

Per la leader sindacale «nessuno deve pensare di rimettere mano alla legge sul caporalato», e tanto meno a reintrodurre i voucher: «Promettiamo una nuova battaglia per la loro abrogazione. Un messaggio soprattutto ai ministri leghisti che continuano a criticare la legge del 2016 che ha reso più efficace la lotta allo sfruttamento. In Italia, si legge nel rapporto, «su circa un milione di lavoratori agricoli dipendenti, i migranti si confermano una risorsa fondamentale »: quasi un lavoratore regolare su tre viene da oltre confine. Nel 2017, a fronte dei 405mila totali (tra immigrati regolari e irregolari), sono stati registrati con contratto regolare in 286.940 (circa il 28% del totale generale), di cui oltre uno su due sono comunitari e la restante parte provenienti da Paesi extra Ue. Il documento, si legge ancora, non solo «rappresenta la fotografia della situazione, ma si fa strumento di intervento per guardare avanti. A partire dalla piena applicazione della legge 199 del 2016 di contrasto al lavoro nero e allo sfruttamento».

Secondo il Rapporto, il passo in avanti è stato fatto grazie ad «una legge che ha dimostrato la sua valenza dal punto di vista della repressione e dell’individuazione del reato», come testimoniano le 71 persone arrestate per sfruttamento lavorativo e caporalato e più del 50% delle 7.265 aziende ispezionate che hanno presentato irregolarità nel 2017».

Più di 300mila lavoratori agricoli, quasi tre su dieci, lavorano meno di 50 giornate all’anno, ed è presumibilmente in questo bacino che è presente il lavoro 'nero' o 'grigio'. Infatti ben il 39% dei rapporti di lavoro in agricoltura risulta irregolare. I lavora- tori irregolari individuati nel 2017 sono stati 5.222, il 67% totalmente in nero. Per questi braccianti, immigrati o italiani, la paga media oscilla tra i 20 e i 30 euro al giorno, ma resiste il lavoro a cottimo (3-4 euro per un cassone di 375 chili), con un salario che è comunque inferiore del 50% rispetto a quanto previsto dai contratti nazionali e provinciali. Per le donne il salario è ridotto ulteriormente del 20%. «Nei gravi casi di sfruttamento analizzati – spiega la Flai – alcuni lavoratori migranti percepivano un salario di un euro l’ora». I lavoratori devono pagare ai caporali il trasporto (mediamente 5 euro al giorno), e anche il cibo e l’acqua (3 euro un panino, 1,5 euro una bottiglietta).

Ma chi sono i caporali? Come ha spiegato Francesco Carchedi, curatore del rapporto con Roberto Iovino e Alessandra Valentini, il 60 per cento «sono caporali caposquadra, ampiamente usati dalle imprese che una volta acquisita la manodopera non la mettono in regola». Ci sono poi i caporali che agiscono «in modo unilaterale, con violenza, è la 'controsquadra'». Infine ci sono i caporali collusi con organizzazioni criminali e con le mafie, che rappresentano il 10%. Proprio per questo, ha detto la segretaria generale Flai, Ivana Galli, «la legge sul caporalato, che funziona, va applicata, dalla prevenzione alle normative ispettive. Prefetti e istituzioni devono adoperarsi, è una legge che non va smontata».

«Vanno bene azioni collaterali – ha insistito Camusso – ma non riapriamo cantieri che non vanno riaperti». Anche perché, ha aggiunto, «non è vero che questo Paese non abbia bisogno dei migranti, ma abbiamo bisogno di concordare i flussi di manodopera e cambiare la legge Bossi-Fini. Bisogna sconfiggere la paura, che si sconfigge mettendo di fronte le persone e pensando prima ad ad essere umani piuttosto che a pensare al profitto. Con buona pace di chi urla ogni due per tre all’invasione».

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