giovedì 8 settembre 2016
Sabbie inquinate da idrocarburi: si indaga sugli scarichi notturni.
Le luci e le ombre di una Calabria che non si arrende di Antonio Maria Mira
Canalone di Gioia Tauro, rimossi i primi veleni
L’acqua del canalone scorre verso il mare. Nell’ultimo tratto, libero dal 'tombamento', appare limpida, si vede il fondo anche se in superficie si vedono chiazze oleose traslucide. Dietro a uno sbarramento di grandi sacchi di sabbia inizia la parte nascosta del canalone, quella che nasconde molti misteri e su cui si sta indagando. Siamo venuti a vedere direttamente questa ennesima emergenza ambientale denunciata dai cittadini e che Avvenire sta seguendo da due giorni.  «Dopo le analisi delle acque, l’Arpacal ci ha autorizzato a riaprire il canale e permettere il deflusso verso il mare», spiega un tecnico dell’Autorità portuale di Gioia Tauro che con alcuni operai sta intervenendo sul sito. L’acqua, infatti, rientra nei parametri e quindi è possibile lo scarico a mare. In quest’ultimo tratto del canale, una cinquantina di metri, sono stati tolti fanghi e sabbie contaminati, soprattutto da idrocarburi ma anche arsenico. Le sabbie sono state ammucchiate in una decina di alti cumuli coperti da teli di plastica sui quali i cittadini hanno scritto alcuni messaggi come 'Chi protegge questi criminali?'. «Saranno smaltite nell’impianto della Ecosistem di Lamezia Terme», ci spiegano ancora. Si tratta della stessa società finita nell’inchiesta sui rifiuti dell’Eni in Basilicata e che sta smaltendo parte delle ecoballe della Campania che finiranno in Portogallo. Di fronte ai cumuli di sabbia inquinata ci sono due grandi cassoni per camion, i cosiddetti 'scarrabili', uno bianco e uno rosso. Sul secondo la scritta 'Ecosistem-Lamezia Terme' col numero di telefono. Saliamo una scaletta e guardiamo all’interno. Fanghi e acqua molto inquinata, odore chimico. Meglio scendere... Ma è solo l’inizio. Grazie al deflusso verso il mare il livello delle acque del canale si sta abbassando, così sarà possibile entrare con un bobcat, una piccola ruspa, nel canale 'tombato' per raccogliere i sedimenti per altri 50 metri. Materiale sicuramente contaminato secondo le analisi dell’Arpacal. Poi si dovrà andare avanti coi controlli, sia nei canali più piccoli (una decina) che confluiscono in quello più grande, sia nei pozzetti (svariate decine) che si trovano nell’area portuale ma anche al di fuori, anch’essi collegati al canale. Su questi sta indagando il Noe dei carabinieri, che avrebbe già individuato alcuni punti sospetti. Quello che è certo è che gli scarichi illegali non sono avvenuti alla foce o nell’ultimo tratto del canalone ma proprio attraverso i pozzetti. «Di notte, quando nessuno osserva, bastano pochi minuiti per scaricare un’autobotte», ci spiega un investigatore. E questo avverrebbe da anni. Sicuramente fenomeni di forte scarico a mare da parte del canalone sono stati registrati nel luglio, settembre e dicembre dello scorso anno. Episodi finiti nel fascicolo dell’inchiesta che parte da ancora più lontano. Già nel 2009 erano arrivate segnalazioni di scarichi illegali nel canalone registrati dalla stampa locale. Una storia lunga, uno sporco affare che potrebbe aver avuto la protezione delle locali cosche di ’ndrangheta ben presenti proprio in questa zona. E sicuramente interessate ai traffici di rifiuti. Ma questa è anche una storia di ritardi della politica. La Calabria, infatti, diversamente da altre regioni, non ha una normativa per la depurazione delle cosiddette 'acque di prima pioggia', quelle che confluiscono nel canalone. Una carenza che si somma alla grave situazione della depurazione, le cui conseguenze sono state purtroppo ben visibili lungo molti tratti di costa. E del canalone non si occupano solo gli investigatori. La Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti è da due giorni in Calabria e ha fatto la prima sosta proprio nel porto di Gioia Tauro dove, tra l’altro, ha raccolto informazioni sul grave inquinamento.
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