venerdì 16 gennaio 2015
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Non finivano ai poveri gli abiti usati contenuti nei cassonetti gialli, sparsi nelle città, ma venivano venduti in paesi dell’est Europa, nord Africa e sud-Africa. È una delle scoperte dell’inchiesta 'Mafia capitale', dove tredici persone sono accusate di associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti speciali. Un business milionario che coinvolgeva anche il clan camorristico dei Cozzolino, originario di Ercolano e Portici. Lo hanno scoperto gli agenti della squadra mobile di Roma dopo due anni di indagini, coordinate dalla direzione distrettuale anti mafia della Capitale. L’organizzazione criminale, che vantava supporti logistici in ambito internazionale, si fondava su un accordo tra società e finte onlus, che operavano quali recuperatori di rifiuti che, tramite un sistema di «conoscenze» per la ripartizione degli appalti distribuiti dall’Ama, l’azienda della nettezza urbana di Roma, stipulavano convenzioni per l’affidamento diretto di servizi pubblici. «Non può non pensarsi», che la delibera comunale che aveva ripartito nel 2008 le competenze territoriali assegnate all’Ati Roma Ambiente «non obbedisca alle logiche spartitorie» e «non abbia coltivato che finalità speculative, rientranti nel più ampio disegno dirigista e corruttivo di Buzzi». È l’ipotesi del gip del tribunale di Roma, Simonetta D’Alessandro, riportata nell’ordinanza sull’organizzazione che gestiva la raccolta di indumenti usati per le strade della capitale che poi rivendeva nell’est europa e in Africa, dove vengono citati anche i personaggi dell’inchiesta Salvatore Buzzi e Massimo Carminati. Gli indumenti invece di essere igienizzati, come è previsto dalla legge per questo tipo di rifiuti, venivano trasferiti attraverso i container in Africa o nell’est Europa. Per viaggiare veniva predisposta un’apposita documentazione del tutto falsa dove si attestava l’avenuta igienizzazione della merce. «Vi è una concreta emergenza documentale – si legge ancora nelle 364 pagine di ordinanza cautelare – che le intercettazioni successive disvelatrici delle condotte dei beneficiari e dei loro associati campani fino all’iter del bando 2013, consentono di chiarire che nemmeno gli appalti per i rifiuti tessili, connotati, peraltro, da un giro d’affari di milioni d’euro, sono sfuggiti alla regola della programmazione e del controllo nell’erogazione; e alla stura, anche, ad attività di interesse della criminalità organizzata, che hanno compromesso totalmente i beni della salute e dell’igiene pubblica, pur di massimizzare i profitti, nei Pesi non Ocse, destinatari dell’inoltro». Emerge una penetrazione negli ambiti istituzionali che costituisce la dotazione che alcuni «sono in grado di conferire ad altri, organici a sodalizi criminosi di stampo camorristico, con ramificazioni anche internazionali, come Pietro e Aniello Cozzolino», ha aggiunto il giudice delle indagini preliminari. «Se da un lato - scrive il gip - l’indagine mette in luce quali sono le forme operative degli impieghi, gli esiti economici dell’attività delinquenziale, dall’altro emerge la spaventosa essenzialità del contatto continuativo, del nodo indefettibile tra settori istituzionali ed economia infetta per il conseguimento dei profitti illeciti». Ancora una volta arricchendosi a danno dei più poveri.
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