martedì 20 maggio 2014
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​Membro del Comitato esecutivo della Bce dal 2005 al 2011, Lorenzo Bini Smaghi ha consegnato le sue inquietudini e le sue speranza sul futuro dell’Europa a un lucido saggio dal titolo quanto mai significativo: 33 false verità sull’Europa (Il Mulino, pp. 188, euro 14) da pochi giorni in libreria.Un brillante tentativo di smontare i luoghi comuni di una campagna elettorale incentrata su slogan economici euroscettici: temi che hanno suscitato un certo attivismo degli economisti impegnati in analisi ed editoriali, mentre pare debole se non latitante una proposta politica articolata. Lorenzo Bini Smaghi, lei stesso ha auspicato una «nuova narrazione» per «dare coraggio» agli europeisti che per «togliere la paura» a noi cittadini di fronte alla peggiore crisi del dopoguerra. Insomma, la retorica della pacificazione fra Alsazia e Lorena, a 70 anni dallo sbarco in Normandia, non regge più. Dove ancorare un credibile e sincero sentimento europeista?Il progetto europeo è cominciato 60 anni fa, e ci ha dato prosperità. L’Europa è in crisi, anche perché sono in crisi gli stati nazionali che la compongono, che hanno difficoltà a rinunciare alle loro prerogative e a fare le riforme da soli. L’Europa va costruita con pazienza e determinazione, come è avvenuto anche durante la crisi. Anche gli Stati Uniti ci hanno messo tanti anni, e se sono riusciti a fare quello che hanno fatto è perché non hanno mai mollato. Bisogna resistere alle tentazioni di tornare indietro, perché così si distrugge e basta.Veniamo alle «false verità» che lei ha individuato nel dibattito e che ha cercato di confutare nel suo libro. Il minimo comun denominare pare sia quello di indicare l’Europa come la causa della crisi e non semmai come il termometro di questa. Da qui, lei sostiene con forza, un bisogno di consapevolezza del nostro Paese, come premessa per ritornare ad essere decisivi in Europa. Ma perché, dall’entrata in vigore dell’euro e nel Paese più favorevole degli allora Dodici, si è accumulato questo ritardo? Abbiamo creduto che entrando nell’euro si potevano tirare i remi in barca. Ci credevamo in paradiso, con tassi d’interesse bassi e una moneta solida. Non c’era più bisogno di fare niente. È stato un grave errore. Ci siamo chiusi, mentre altri invece hanno fatto le riforme e hanno modificato profondamente la loro economia e società. E ora piuttosto che riconoscere gli errori si dice che la colpa è dell’euro.Lei sottolinea con insistenza che in 10 anni l’Italia ha perso il 20% di competitività. E questo, semplificando estremamente, per una perdita di produttività del lavoro a fronte di un aumento costante del suo costo rispetto ai parametri europei. Insomma, siamo rimasti indietro. La soluzione della crisi starebbe quindi in un programma di riforme nazionali per riagganciare il carro europeo. Può esemplificarle?In realtà le conosciamo bene: lentezza della giustizia, eccesso di burocrazia, tassazione squilibrata, mercato del lavoro rigido, mancanza di concorrenza, pochi investimenti in ricerca e sviluppo, ecc, tutte materie di competenza del governo e del parlamento italiano. In altri paesi queste riforme sono state fatte. Noi dobbiamo cominciare. Coglie, anche in vista del semestre di presidenza italiana, segnali che vanno in questa direzione?Riusciremo ad incidere tanto più durante il semestre di presidenza, anche con proposte innovative, quanto più saremmo in grado di dimostrare di poter cambiare e fare quello che non abbiamo fatto per anni. La credibilità dipende dai fatti, non solo dagli annunci.L’inversione di rotta, italiana, starebbe in «accordi contrattuali» con l’Ue: «riforme serie in cambio di più tempo». Questo non sottintende, necessariamente, una rivisitazione più flessibile dei parametri di Maastricht?I parametri sono già flessibili, come è stato dimostrato in passato. Bisogna però dimostrare che si è in grado di usare la flessibilità per fare le riforme, non solo più debito. Delle «33 false verità sull’Europa» può elencare le tre più pericolose? La Bce è in mano ai diktat tedeschi. Il Fiscal Compact va cambiato. Ci vogliono due euro, uno per il sud e uno per il Nord. Sono non solo falsità ma deviano l’attenzione del dibattito su questioni che non sono attuali invece di proporre cambiamenti veri, in Italia e in Europa.Eppure delle ragioni all’antieuropeismo non crede vadano riconosciute. L’Europa va spiegata, magari con "narrazioni forti e suggestive". Invece ora appare distante, farraginosa, fredda e c’è ancora un oggettivo ostacolo linguistico.Che l’Europa sia una costruzione complessa e difficile non c’è dubbio. Che vada migliorata anche. Ma per giustificare l’anti- europeismo, bisogna spiegare qual è l’alternativa. E il ritorno agli stati nazione non mi sembra lo sia. L’anti-europeismo è in molti casi un alibi per dare la colpa a qualcun altro. È la via facile di una classe politica debole, che non riesce a portare in Europa istanze forti, che non siano solo quelle di darci più soldi o di lasciarci più spazio per fare debito pubblico. Condivide che il 25 maggio se non un referendum, sarà un voto drammatico e determinante per il futuro dell’Unione? Per concludere – sempre in assonanza con il titolo del suo libro – quale la "vera" posta in gioco?No, non credo che sarà un referendum. Gli euroscettici rimarranno una minoranza, e indeboliranno soprattutto i paesi che ne manderanno di più. La vera posta in gioco è far progredire l’Unione, con un rafforzamento delle istituzioni e della loro base democratica. Chi ha un programma in tal senso conterà. Gli altri resteranno marginali.

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