sabato 7 ottobre 2017
Il monito del presidente della Cei al Convegno Caritas di Perugia. «L’Italia non valorizza i giovani talenti. Troppo spirito di corporazione. E allora si fugge o si fanno lavori sottopagati»
Il cardinale presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, durante la visita a un'azienda del Perugino

Il cardinale presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, durante la visita a un'azienda del Perugino

Definisce l’Italia «un Paese avaro di opportunità per le nuove generazioni» e denuncia la “fuga dei cervelli” causata anche da uno «spirito di corporazione e conservazione che tende a far sopravvivere consorterie e oligarchie, amicizie e spirito di clan» e che non permette di valorizzare i «moltissimi talenti che sono presenti in tutta la Penisola». Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei e arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, abbraccia «i giovani disoccupati e i precari del nostro Paese», come lui stesso dice. Perché loro «mi stanno particolarmente a cuore», afferma nell’intervento di apertura del Convegno Caritas su “Poveri e ultimi tesoro vivente della Chiesa. Vincenzo de’ Paoli uomo della carità” organizzato nel pomeriggio di sabato 7 ottobre dalla Caritas della sua arcidiocesi.


Al mattino il cardinale fa giungere la sua vicinanza ai lavoratori della storica fabbrica umbra del cioccolato, la “Perugina”, oggi del gruppo Nestlè che ha annunciato 364 esuberi, durante la manifestazione a difesa del celebre marchio con centinaia di persone nel cuore del capoluogo. E qualche ore più tardi il presidente della Cei torna a parlare di lavoro legandolo ai giovani. «Paradossalmente – evidenzia il cardinale – l’Italia forma i giovani, li fa studiare, investe su di loro, ma poi ad un certo punto sembra abbandonarli. E molti di loro sono obbligati a lasciare il Paese dando vita ad una nuova e silenziosa forma di emigrazione, oppure sono costretti a vivere un’esistenza precaria fatta di espedienti e lavori sottopagati che, purtroppo, molto spesso li “blocca” a casa dei propri genitori».


Secondo il porporato, è un errore considerare i giovani «dei “bamboccioni”». Quindi aggiunge: «Invece sono ragazzi che hanno desiderio di mettersi in gioco, di mostrare le proprie capacità e di applicare quello che hanno studiato. Purtroppo, però, non hanno le giuste opportunità per dimostrare il loro valore. Una mancanza di opportunità che intacca nel profondo la loro dignità di persone e che rende molto difficile il progetto di costruire una famiglia». Bassetti si domanda di chi siano i poveri oggi in Italia. E spiega che hanno «tantissimi volti: dai giovani alle donne senza lavoro; dai precari agli sfruttati; dalle famiglie agli anziani; dai migranti ai rifugiati». Poi cita la “Giornata mondiale dei poveri” voluta da papa Francesco il prossimo 19 novembre per invitare alla «condivisione». Tuttavia, ammonisce, «non sempre i cristiani hanno vissuto in questo modo. Molto spesso la divisione ha prevalso sulla condivisione e la mondanità sulla spiritualità».


A moderare il convegno è il sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, don Ivan Maffeis. «È essenziale riuscire a comunicare la carità, a condividere buone prassi e soprattutto le ragioni che le animano», precisa. E il direttore di Caritas italiana, monsignor Francesco Soddu, spiega: «In non pochi casi nelle nostre parrocchie si tende a creare dei “compartimenti stagno” dove operano separati il volontariato Caritas e il volontariato vincenziano. Questo non deve avvenire. Tutto deve concorrere al bene di coloro che Cristo ama perché il Signore lo incontriamo nei poveri ed essi sono il “tesoro vivente della Chiesa”» Fra i relatori c’è anche il neo direttore generale della Fondazione Migrantes della Cei, don Giovanni De Robertis. «È il mio primo intervento pubblico», rivela. E ricorda che «fra i poveri e gli ultimi ci sono certamente anche gli stranieri». Poi il monito. «Respingere lo straniero equivale a cadere nell’idolatria, a rinnegare il Dio d’Israele che rende giustizia all’orfano e alla vedova e ama lo straniero. Un rinnegamento non nelle parole ma, ciò che è più grave, nei fatti». Infine una strigliata ad alcune forze politiche. «Contrariamente a quanto afferma una certa retorica politica su una presunta diversità della nostra emigrazione – chiarisce il direttore generale di Migrantes – i nostri emigranti partivano e vivevano in condizioni di sfruttamento e di disprezzo simili a quelle che vediamo oggi».

(Ha collaborato Riccardo Liguori)

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