mercoledì 11 aprile 2018
Il 9 maggio il presidente dc ritrovato senza vita. I giorni drammatici del sequestro raccontati dalle firme di Avvenire
9 maggio 1978: Francesco Cossiga in via Caetani davanti alla R4 con il corpo di Moro (Ansa)

9 maggio 1978: Francesco Cossiga in via Caetani davanti alla R4 con il corpo di Moro (Ansa)

«Hanno usato Moro». Usato, ucciso. Le prime parole di Massimo Franco su Avvenire, il 10 maggio 1978, sono anche il primo, essenziale commento. Moro rapito, manipolato, usato e infine gettato. Cinquanta giorni di agonia: il giornale li segue con dolente passione fino all’epilogo tragico. «Hanno usato Moro anche da morto – scrive Franco, che ha raccontato da cronista lo sviluppo delle indagini – per l’ultima, tragica beffa. Di nuovo, le Brigate rosse hanno dosato, con cinismo diabolico, crudeltà e gusto macabro per i simboli. Il corpo è stato abbandonato a due passi dalla sede del Pci, a tre dalla Dc. Infilato nel portabagagli di un’auto, come un sacco. In pieno giorno, nel cuore politico di Roma. Come dire: ci muoviamo come e quando vogliamo».
In prima pagina, il commento di Angelo Narducci ruota attorno a una parola: martirio. Titolo: «Il martirio di un uomo». «Pagando con la vita il suo inestimabile servizio di cristiano e di democratico – scrive il direttore – dopo aver conosciuto la tortura e la solitudine più tremenda, Aldo Moro è adesso nella pace di Dio». E la sensazione, seguendo la tragedia di Moro sulle pagine di Avvenire, è che più terribile della tortura sia stata proprio la solitudine.

Bisogna cominciare dal giornale del 17 marzo: «Il rapimento di Moro e l’uccisione dei 5 agenti di scorta attendono la ferma e civile risposta del Paese». E l’inizio della cronaca di Pier Giorgio Liverani propone i primi punti interrogativi di una lunghissima sequenza: «Qual è la sorte di Aldo Moro? È illeso o ferito?». Commenta Narducci: «L’attacco è arrivato veramente al cuore dello Stato e delle istituzioni democratiche». Le Br hanno voluto colpire «l’espressione vivente della reale capacità di tenuta democratica del nostro Paese». A pagina 2 troviamo i messaggi di Paolo VI («Disumana ferocia») e della Cei, la cronaca di Pio Cerocchi, Piero Lugaro che ricorda i cinque agenti di scorta; a pagina 15 il comunicato dei lavoratori di Avvenire.

I giorni successivi sono pagine piene di parole, ma anche mute. Emerge frequente lo sdegno, perfino la rabbia verso chi non ha assunto una posizione netta contro il terrorismo. Guido Bossa (18 marzo) riprende il titolo di Lotta Continua, «Né con lo Stato né con le Br», una non scelta che «nasconde il cedimento alle ragioni del terrorismo, nei confronti del quale si manifesta una sorta di complesso di inferiorità». Il 19 ecco Moro ritratto davanti alla bandiera delle Br. Narducci accusa il Manifesto, «complice oggettivo», reo di affermare che Moro in fondo se la sarebbe cercata.

Il 24 marzo appare il primo di quattro commenti affidati all’arcivescovo Ersilio Tonini, che sarà firma assidua di Avvenire. Colpisce, il 18 aprile, la lettera «Ai miei fratelli brigatisti rossi». A Pasqua ecco don Giorgio Basadonna («La fede unica via d’uscita»). E il 26 marzo tocca a padre Piero Gheddo («Chi semina odio raccoglie terrorismo»): «Urge fare chiarezza: è criminale la violenza di ogni colore».

Quando comincia il "processo", Narducci precisa: Moro «non è dinanzi a un tribunale ma a una banda di assassini» e mette ancora in guardia dalle «zone ambigue di connivenza», che «fingono di deprecare la barbarie delle Br ma, di fatto, oggettivamente cercano di giustificarla e legittimarla». E le lettere? Avvenire sposa la tesi della scrittura «sotto costrizione». Una di esse arriva con il quarto messaggio, e sono due redattori di Avvenire a recuperarla alla fermata Palestro della metropolitana milanese. Sono «lettere estorte», insiste Avvenire. La soluzione? Narducci propone un mesto «coniugare fermezza e ragionevolezza»: non si deve trattare e Moro non deve morire... Il 23 aprile l’appello di Paolo VI: «Vi prego in ginocchio, liberate Moro. Semplicemente, senza condizioni». Il 28 aprile il commento, quasi un epitaffio, è affidato all’arcivescovo di Torino, il cardinale Michele Pellegrino. Poi, la fine.
In un anno gravido di eventi memorabili, Avvenire si arricchisce di firme che accompagneranno a lungo i lettori. In ordine di apparizione: Arrigo Bongiorno comincia a scrivere di Est europeo; Giuliano Ragno di esteri; Guido Bossa e Carlo Luna di politica; Angelo Bertani di religione e cultura. Piero Lugaro cura la rubrica "La voce di chi non ha voce". È Massimo Franco a raccontare (8 marzo) i violenti scontri, a Roma, tra Autonomia operaia e Pci.

L’8 marzo comincia a collaborare Gianfranco Ravasi, «una rapida guida alla ricerca del vero Dio nei libri del Vecchio Testamento»; Dionigi Tettamanzi commenta l’Humanae vitae (21 luglio) e la nascita della prima bambina concepita in provetta («Una serie di quesiti morali», 27 luglio). Ersilio Tonini interviene più volte sulle questioni legate all’aborto e il 14 luglio Gaetano Nanetti intervista il segretario dell’Onu, Kurt Waldheim. Si avvicinano i mesi dei tre Papi...

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