lunedì 13 novembre 2017
La disperazione del Paese del melodramma che avrebbe barattato sedici cambi di governo – nei prossimi quattro anni, tanti ne mancano ora per Qatar 2022 – piuttosto che saltare i Mondiali di Russia
Qui finisce la sventura del signor Ventura e della sua armata brancaleone

San Siro, 13 novembre 2017: qui finisce la sventura del signor Ventura e della sua armata brancaleone. Generazione di perdenti. Una telefonata allunga la vita... ma non a questa Nazionale. «Se telefonando io potessi dirti addio ti chiamerei...». Potrebbe essere stato questo il tenore della telefonata del presidente della Federcalcio Carlo Tavecchio al n.1 della Fifa Gianni Infantino? Una telefonata d’addio agli ultimi sogni di gloria. La disperazione del Paese del melodramma che avrebbe barattato sedici cambi di governo – nei prossimi quattro anni, tanti ne mancano ora per Qatar 2022 – piuttosto che saltare i Mondiali di Russia 2018. Del resto si sa, questa nostra Repubblica fondata sul pallone fa sì che il suo popolo (degli stadi e non) si senta davvero unito almeno ogni quattro anni. Gli Europei non bastano a far degli italiani una sola cosa al cospetto degli azzurri. «Il nazionalismo è l’unica consolazione dei popoli poveri», sosteneva un anti-italiano di genio come Leo Longanesi. Quindi quest’Italia sarebbe ricca per 47 mesi, poi ci sono quei trenta giorni di calcio mondiale in cui scadiamo in un miserando nazionalismo per il quale arriviamo anche a telefonare alle alte sfere pur di avere rassicurazioni. Ma non raccomandazioni, come sibillino ha lasciato intendere alla vigilia il cinico e utilitarista ct Andersson. Agli svedesi quella chiamata di Tavecchio non è piaciuta. Indigesta quanto un “biscotto europeo”: vedi accordo tacito Svezia-Danimarca (2-2) a Euro 2004 che portò all’eliminazione degli azzurri di Trapattoni. Il Paese dei santi, navigatori, master chef e pallonari, non ce l’ha fatta. Sognava di servire il classico piatto freddo, quello della “vendetta” (involontaria) ai vichingoni del calcio che lasciano a casa un’Italia povera e mai bella, a tratti comica, da cartoon come quella schierata dal “maggiordomo Edgar” (il ct Gian Piero Ventura più noto come il sosia del personaggio degli "Aristogatti". I consigli dei saggi, dei vincenti, i campioni del Mondo di Spagna ’82, Paolo Rossi e Dino Zoff non sono serviti a quest’Italietta smemorata, disabituata al trionfo e alla festa di piazza. L’unica piazza che ogni giorno si riempe ancora è quella virtuale. «Vi ridiamo la matita dell’Ikea, basta che ci mandiate ai Mondiali», recita lo sfottò da Pallone d’oro che circola in Rete. Che strazio, non restituiremo neppure quelle inutili matitine prese al gran bazar scandinavo. Non allacciamo le cinture e non voliamo sopra il cielo di Mosca. Forse è meglio... Con queste milizie azzurre e il loro vecchio e logoro condottiero Ventura la campagna di Russia sarebbe stata una disfatta, e la ritirata al primo turno (storia già letta e niente affatto imparata dopo Sudafrica 2010 e Brasile 2014) è nel nostro costume. «Gl’italiani non hanno costumi; essi hanno solo usanze», l’assist leopardiano per un inviperito e gaudente mister Andersson che se ne torna felice nella sua casetta svedese – magari arredata con mobili Ikea – mentre lo stupore della notte chiude all’Italia le porte del Mondiale. Si chiude definitivamente, allagata dalle lacrime, anche la porta di capitan Buffon. Dispiace per Gigione, sarebbe stato il suo sesto torneo iridato. Buffon ci sarebbe arrivato con i suoi 40 anni: l’età che aveva Zoff al Mundial di Spagna ’82. Ma quella, Dino e Pablito Rossi lo sanno bene, era tutta un’altra Italia, in campo e fuori.

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