giovedì 18 luglio 2019
Il vescovo di Rieti parla alla vigilia dell’arrivo del capo dello Stato nelle zone colpite dal sisma tre anni fa. Troppe le promesse della politica non mantenute
C'è ancora molto da fare ad Amatrice e in tutte le aree terremotate (Ansa)

C'è ancora molto da fare ad Amatrice e in tutte le aree terremotate (Ansa)

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Questa mattina alle 10 il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, parteciperà all’inaugurazione del campus "Romolo Capranica" di Amatrice, presenziando alla cerimonia di fine anno degli oltre 300 studenti che già da settembre scorso fanno lezione in un’ala completata del polo didattico di 12mila metri quadri. Il Polo nella frazione di San Cipriano, completamente antisismico e privo di barriere architettoniche, ospita i ragazzi da 3 a 19 anni comprendendo la scuola materna con annessa ludoteca, la scuola primaria e secondaria di primo grado e il liceo scientifico sportivo internazionale con il Convitto in cui vivono da un anno 30 giovani. L’intera struttura è costata circa 10 milioni di euro, con il concorso di un contributo di 7 milioni di dollari donato dalla Ferrari, progetto voluto da Sergio Marchionne.

Il vescovo di Rieti, Domenico Pompili, nel 2016 in un campo allestito per gli sfollati dopo il terremoto (Kontrolab)

Il vescovo di Rieti, Domenico Pompili, nel 2016 in un campo allestito per gli sfollati dopo il terremoto (Kontrolab)

Ricostruzione «quasi a zero o poco più», una popolazione ormai «stanca e disincantata» per le troppe promesse non mantenute. E la «grande pecca della classe politica che in questi anni ha dimostrato di non saper lavorare in maniera prospettica». Parla alla vigilia dell’arrivo del capo dello Stato ad Amatrice il vescovo di Rieti Domenico Pompili per spiegare come la «vicenda del terremoto debba diventare una questione superpartes, deve chiamare in causa tutti e non deve essere motivo di scontro o peggio ancora di scambio politico elettorale».

Cosa vedrà Mattarella al suo arrivo?
Troverà un’immensa spianata di quello che fu il centro storico completamente sgombra dalle macerie, fatti salvi alcuni spazi come la chiesa di San Francesco, la casa della suore e la torre civica. E troverà una comunità che si è ridotta del 40%, con il popolo delle seconde case, che era quello che vivacizzava la comunità di Amatrice, che non è nelle condizioni di poter tornare perché non ci sono ancora spazi utili per loro. Insomma quella che era la vita di un centro di montagna, che nel periodo estivo aveva un sussulto di vitalità in questo momento è ancora al palo. Mattarella troverà persone stanche disincantate, perché ci si aspettava un’accelerazione, persone che chiedono di vedere qualcosa di ricostruito per tornare a credere nel futuro di Amatrice. La scuola che il presidente inaugurerà sarà una di quelle cose che lasciano ben sperare, una delle poche però.

L’ennesima proroga per le domande di ricostruzione è il segnale dello stallo...
È proprio il sintomo della sfiducia che serpeggia, visto che il bilancio della ricostruzione è quasi a zero o poco più. Se non ci si mette d’impegno a pensare di voler progettare la ricostruzione della propria casa, che sia la prima o la seconda, vuol dire che non si crede si possa arrivare in fondo e questo è allarmante. Tuttavia la ricostruzione va portata avanti dall’alto, con una forma di intervento statale che sia più celere e più libera da una serie di vincoli e appesantimenti, e anche con una compartecipazione dal basso perché ogni cittadino è chiamato in causa a scommettere su questa possibilità. Sicuramente una parte della responsabilità sta in capo a ciascuno, perché non è che si può aspettare tutto dall’alto.

È appena arrivata l’ordinanza per la ricostruzione delle chiese. Come la giudica?
Dobbiamo vederla in esecuzione questa ordinanza, prima di giudicarla, perché le cose si sperimentano mentre si vive. Certo è troppo presto per valutarla, ma è un segnale positivo che venga finalmente emanata dopo un anno e mezzo di attesa e di serrata trattativa. La Chiesa si è sentita chiamata in causa perché ci siamo resi conto, già della fase della messa in sicurezza che se non ci si muoveva, il rischio era che né le Soprintendenze, né i Comuni riuscissero a far fronte. Come diocesi di Rieti, ad esempio, abbiamo eseguito più messe in sicurezza da soli che tutti gli altri soggetti insieme perché le chiese sono un bene sociale oltre che di culto.

Le istituzioni sono state vicine alla popolazione. E la politica?
Sia il Papa che il capo dello Stato hanno sempre seguito con attenzione la situazione, quello che a mio parere è un po’ debole è la politica. Quando dissi ai funerali tre anni fa che la ricostruzione non doveva diventare una querelle politica qualcuno disse che non era il caso di drammatizzare. Abbiamo invece constatato che la politica ogni volta che c’è stato un cambio ha azzerato la situazione e ricominciato daccapo. E questa è una pretesa assolutamente miope, perché la ricostruzione è un processo che nella migliore delle ipotesi dura 10-20 anni e pensare che ci possa essere un governo o una coalizione che se ne attribuisca tutto il merito è ingenuo. Credo che questo sia il limite più grande, la vera pecca della classe politica.

Ma così non si aggrava il rischio spopolamento dell’Appennino centrale?
Il terremoto può diventare un’occasione per fermare un processo in atto già prima del sisma, se siamo in grado di ripensare complessivamente il nostro modo di stare in questi luoghi. Ma richiederà una scelta di lungo periodo, cercando di superare il gap che c’è dal punto di vista delle infrastrutture per avvicinare questi luoghi ai grandi centri. E investimenti sulle infrastrutture digitali per attrarre presenze lavorative a distanza.

Cosa chiederà a Mattarella?
Lo ringrazierò per essere presente in modo discreto, ma continativo e gli chiederò tre cose su cui puntare per la rinascita: da un lato le infrastrutture, dall’altra l’occupazione e infine i beni culturali da mettere al sicuro al più presto.

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