domenica 27 maggio 2018
Viveva ad Aleppo. È arrivato un anno fa Torino insieme con altre 10 famiglie siriane. I racconti al centro del convegno organizzato dal Gruppo Abele
Ali Alabdallah con alcuni dei suoi 9 figli nella casa ricevuta in dono grazie alla solidarietà del Torinese

Ali Alabdallah con alcuni dei suoi 9 figli nella casa ricevuta in dono grazie alla solidarietà del Torinese

«Con mia moglie e i miei figli vivevo ad Aleppo, poi è scoppiata la guerra e siamo scappati perché i miei figli avrebbero dovuto combattere. Siamo fuggiti in Libano, in un campo profughi, nell’orrore. Senza lavoro, senza scuola. Grazie ai corridoi umanitari un anno fa siamo arrivati in Italia dove abbiamo trovato casa, scuole e ora io ho iniziato a lavorare. Ora possiamo vivere nella speranza di un futuro, grazie di cuore». Così ieri mattina a Torino nella sede del Gruppo Abele, Ali Alabdallah ha dato inizio ad un incontro sul tema dei corridoi umanitari organizzato per festeggiare il loro primo anno in Italia da quella 'rete' che lo ha reso possibile: una Unità pastorale della diocesi subalpina (6 parrocchie), l’associazione Accomazzi, la comunità Filo d’Erba del Gruppo Abele, e Operazione Colomba della Comunità Papa Giovanni XXIII. Realtà diverse unite dal progetto 'Per chi ama le sfide'.

La famiglia di Ali, mamma, papà e 9 figli è arrivata a Roma il 27 aprile 2016 con i corridoi umanitari, frutto di un protocollo d’intesa tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, la Tavola Valdese e il governo italiano. Una storia iniziata da un’esperienza di condivisione di due persone, Tommaso Panero e Andrea Gallo nel campo libanese di Tel Abbas con Operazione Colomba: lì la conoscenza della famiglia di Ali e delle condizioni 'disumane' di vita, «in tende dove», ha raccontato Alessando Ciquera volontario di Colomba, «si soffoca d’estate e si dorme nel fango per il resto dell’anno, dove non c’è possibilità di curarsi, dove i bambini crescono senza niente». «Una sera all’inizio del 2017 – spiega don Davide Chiaussa, moderatore dell’Unità pastorale 9 – mi raccontarono questa loro esperienza e mi parlarono di questa famiglia che avrebbe potuto arrivare in Italia. Così l’idea di valutare se era possibile trovare risorse per accoglierli è stata riportata in un appello letto durante le messe, che invitava a impegnarsi a donare un contributo mensile per 2 anni». In pochi giorni 150 famiglie tra le 6 parrocchie hanno aderito e di lì la macchina organizzativa si è messa in moto: la casa trovata grazie alla disponibilità della comunità del Filo d’Erba, l’organizzazione in 'gruppi' che si sono fatti carico di tutte le necessità arrivando ad autotassarsi. Chi si è occupato degli inserimenti scolastici, chi dei trasporti, chi delle pratiche per i permessi, chi degli aspetti sanitari. Una sfida a tutto campo non esente da timori: «Nella nostra parrocchia – prosegue don Chiaussa – aiutiamo persone che da anni non riescono a risollevarsi perché è difficile poi sfuggire alla mentalità assistenziale, c’era la paura di fare promesse difficili da mantenere e anche di affrontare il mondo islamico e una cultura diversa… ma a fronte di queste obiezioni la risposta è stata che anzitutto dovevamo pensare a ciò che potevamo fare noi, perché di fronte al male che ci circonda non abbiamo altra soluzione che inventarci altre vie di bene».

E i frutti di queste vie di bene si colgono negli occhi di Mohammad il figlio di Ali che ha già iniziato anche lui un tirocinio lavorativo, nelle poesie che ora in italiano scrive la piccola Gofran, nei sorrisi della mamma che ad ogni occasione ripete «i miei figli non hanno dovuto combattere». Figli per i quali come ha ricordato Cinzia Bertini del Filo d’Erba «ora noi siamo la loro famiglia italiana». Una famiglia che si allarga nella rete della fraternità che ha superato ormai le 200 persone. Una sfida avviata che può incoraggiarne altre e che, come ha ricordato Sergio Durando direttore della pastorale migranti, può servire a stimolare politiche d’accoglienza più incisive e a contrastare chi parla di 'invasione' come ha sottolineato il prefetto di Torino Renato Saccone. Pregiudizi che rischiano di far perdere quella «speranza che», come ha ricordato Mattia Civico riportando le parole di Badheea, siriana accolta a Trento nel 2016 «è sapere che qualcuno è con te, ti aspetta, ti prepara un posto».

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