sabato 2 febbraio 2013
​In primo grado Jeff Castelli era stato assolto. Condannati altri due membri dell'agenzia di spionaggio americana. No all'immunità, rischio tensioni con gli Usa.
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L'mmunità diplomatica non può coprire un sequestro di persona. La condanna in appello è un duro colpo ai vertici delle CIA in Italia, responsabili della extraordinary rendicion, il rapimento dell’imam di Viale Jenner, Abu Omar, avvenuto a Milano il 17 febbraio 2003. Jeff Castelli, station chief della Central Intelligence Agency, a Roma dal 1999 col titolo formale di consigliere diplomatico, è stato condannato a 7 anni.Sei anni a Betnie Madero (33 anni) che in Italia dal 2011 come secondo segretario d’ambasciata coordinò la “mission”. E si concesse, dopo il successo, sereni giorni di vacanza in Veneto. Ancora sei anni per Ralph Russomado (63 anni) primo segretario in ambasciata quindi colonnello comandante ad Aviano, la base USA dalla quale l’imam fu trasferito alla base tedesca di Ramstein e quindi, su un aereo civile noleggiato dalla Cia, al Cairo. Incarcerato in (due riprese) nella prigione di massima sicurezza di Tora, subì violenti interrogatori, affidati a uomini dei servizi egiziani. Ventitré agenti della Cia sono stati già condannati il mese scorso, da sette a nove anni, in via definiva dalla Cassazione. Una condanna di principio, visto che se ne conoscono solo i nomi di copertura e tutti sono tempestivamente rimpatriati. Né mai i ministri della giustizia che si sono succeduti da noi hanno chiesto l’estradizione sollecitata dalla magistratura. Da ultima proprio il ministro Severino ha ancora bloccato la pratica nonostante la sentenza definitiva.Ma la condanna dei capi italiani della Cia, mai registrata in alcun paese “alleato”, ha ora un significato e un peso diverso. Castelli e gli altri erano stati “stralciati” nel processo di primo grado per difetto di notifica, “difetto” che atteneva proprio alla loro qualifica di diplomatici. Per questo stesso motivo il tribunale decise nel 2009 che contro di loro non si dovesse procedere. Tutto ribaltato in appello.Lo stesso “non luogo procedere” aveva funzionato anche per Niccolò Pollari (già direttore) e Marco Mancini (capo del controspionaggio) i vertici del SISMI che, secondo la procura, dettero un contributo essenziale ai colleghi americani. Nel 2010, il sostituto procuratore generale Piero De Petris (lo stesso del processo a Castelli) aveva chiesto 12 anni Pollari, si dovette arrendere di fronte al segreto di Stato.Come sia cambiato il vento si è visto il 19 settembre sorso. La Cassazione non ha cancellato il segreto (già avallato dalla Consulta) lo ha, in parte, aggirato. Rinviati gli atti a Milano, ha chiesto un nuovo giudizio sui nostri 007, rivalutando, se ce ne sono, le prove non coperte dal segreto di Stato, ma ha anche sostenuto che non si può lasciare impunito un reato grave come il sequestro di persona: che potrebbe essere stato commesso da singoli pur appartenenti ai servizi.Una scelta che, ancora una volta, si è scontrata con quella del Governo. Solo dieci giorni fa, alla prima udienza, Mario Monti, come prima di lui Prodi e Berlusconi, è tornato, infatti, ha imporre il segreto di Stato. E per comunicarlo ai giudici si è affidato a una lettera del generale Adriano Santi (nuovo capo dell’Aise - ex Sismi). A esibirla, per dire quale sia la catena, sono stati i difensori di Marco Mancini, ancora in servizio. Anche per Monti, come i presidenti del consiglio che lo hanno preceduto, l’organizzazione del nostro servizio, i rapporti con l’Agenzia americana e dei Paesi alleati non possono essere resi pubblici per il bene supremo che è la sicurezza nazionale. Di qui non solo la richiesta di escludere dal processo elementi già raccolti, ma che venga impedito di acquisirne di nuovi.
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