giovedì 11 ottobre 2018
La «creatura» online di Julian Assange divulga migliaia di documenti top secret. È un punto di svolta per il mondo globale
Londra, 23 ottobre 2010: Julian Assange spiega come funziona il suo sito Wikileaks (Ansa)

Londra, 23 ottobre 2010: Julian Assange spiega come funziona il suo sito Wikileaks (Ansa)

Chi ancora sottovalutava l’importanza delle informazioni nel mondo globale – usate per il bene e per il male, per salvare e per colpire, per liberare e per imprigionare, per rivelare la verità o spacciare abili falsità – ha dovuto ricredersi definitivamente a partire dal novembre 2010, quando sulla scena mondiale si affermano Julian Assange e il suo sito Wikileaks. Che inondano il pianeta di informazioni riservate, emerse (trafugate...) da archivi riservatissimi di cancellerie e ministeri.

Avvenire comincia a parlarne ampiamente il 10 novembre. La spiegazione del fenomeno, prima ancora della cronaca convulsa e ricca di sottintesi, è affidata a pagina 2 ad Andrea Lavazza: «Un whistleblower è colui che denuncia un’irregolarità di cui è venuto a conoscenza, sul modello del poliziotto d’antan che fischiava quando vedeva commettere un reato. (...) Un whistleblower nella più schietta tradizione anglosassone, magari con un po’ di esaltazione e di zelo in eccesso, riesce ad accedere al sistema centrale dei file riservati dell’Amministrazione. Scopre episodi di "guerra sporca" in Iraq e Afghanistan, decide di fare emergere tali vicende, impacchetta il tutto – un numero enorme di documenti in formato elettronico – e li manda a Wikileaks, che è nato proprio per raccogliere "fughe di notizie" e diffonderle a livello mondiale. Prima esce il video di un elicottero militare che fa fuoco su alcuni civili, poi la valanga di documenti sui conflitti in Asia. Infine, la pioggia acida delle schede sui leader e su alcuni retroscena della politica mondiale».

La «pioggia acida» riguarda anche leader italiani e certi loro vezzi privati. Infatti Lavazza aggiunge: «Al di là dell’uso politico strumentale e delle valutazioni incongrue cui nessuno in Italia si è sottratto, il fluire di rivelazioni dovrà fare riflettere sugli strumenti di tutela della riservatezza da una parte e sui limiti della divulgazione di elementi segreti dall’altra». Peraltro, se nuovi sono gli strumenti a disposizione, antico è il metodo e antichissimi i veleni: «Nel 1917 – ricorda Lavazza – il marinaio bolscevico Nikolai Markin, insediato al Ministero degli Esteri russo dopo la Rivoluzione, pubblicò gli archivi della diplomazia zarista, compresi i patti segreti con le potenze dell’epoca. Prima e peggio di Wikileaks».

Quel 10 novembre 2010 il titolo di prima pagina evoca le difficoltà americane, e non solo: «Wikileaks, Usa al contrattacco». E ancora: «Amministrazione Obama colpita dalle rivelazioni del sito Web. Imbarazzo in molte capitali per gli aspri giudizi». I tre sommari spaziano degli Usa a casa nostra: «Il Dipartimento di Stato non ha confermato la veridicità dei documenti ma ha condannato la diffusione dei file. Assange: il presidente reprime la libertà di stampa». «Il premier: "Feste selvagge? Chi paga le ragazze per mentire?". I dossier sono soltanto falsità di funzionari di terzo grado"». «Ma per il leader Pd "Berlusconi nuoce al Paese". Casini: "Chi ha a cuore l’Italia non utilizza il fango"».

Nelle pagine interne, Loretta Bricchi Lee spiega l’apparente facilità con cui i documenti riservati non lo siano più: «I segreti rivelati dal sito di Assange sarebbero stati forniti dal soldato semplice Bradley Manning, il quale li avrebbe a sua volta presi da una banca dati del Pentagono accessibile a migliaia di militari e alle ambasciate Usa di tutto il mondo». Immediate controffensive e repliche (pagina 6): «Il sito di Julian Assange ha subìto un attacco informatico, ma cinque importanti testate hanno cominciato a diffondere i documenti segreti che coinvolgono 274 ambasciate, consolati e missioni diplomatiche americane in tutto il pianeta. In totale i file sono oltre 250mila: "Verranno resi noti in blocchi nei prossimi mesi"». Promessa, o minaccia, da prendere sul serio.

E l’Italia, fronte del tutto secondario sugli scenari mondiali? «Nel marasma politico italiano irrompe il ciclone W-Day». Silvio Berlusconi assume toni sdegnati parlando di «falsità». Oggi noi sorridiamo: proprio "falsità" forse non erano...

Come vadano le cose, e come lo "scandalo" Wikileaks sia meno clamoroso di quanto potesse apparire, lo spiega alla fine Salvatore Mazza: «Che la diplomazia sia "un lavoro da spugne", i 250mila file del Dipartimento di Stato americano messi online da Wikileaks lo dimostrano in maniera inoppugnabile. Notizie ricavate da giornali e riviste, gossip, discorsi captati a ricevimenti ufficiali o in qualche salotto, tutto viene assorbito e riportato – quasi sempre ancora via valigia diplomatica, non per posta elettronica – in madrepatria. Funziona così dappertutto, da Washington a Londra, da Parigi a Berlino. Anche la nostra Farnesina trabocca di rapporti del genere». C’è da stupirsi se qualche rapporto "trabocchi", ma sul serio? No. Intanto però, dopo quel novembre 2010, il mondo non sarà più come prima.

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