lunedì 8 marzo 2021
Parla il vescovo di Rieti, amministratore apostolico di Ascoli Piceno. «Bene l’accelerazione sul versante burocratico, la gente vuole tornare a casa. Avanti senza ritardi». 3mila chiese da restaurare
Il centro storico di Accumoli a quattro anni dal sisma

Il centro storico di Accumoli a quattro anni dal sisma - La Presse/Cecilia Fabiano

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L’Appennino terremotato deve «tornare a vivere, non solo a sopravvivere », per questo ricostruire significa anche investire su «lavoro, infrastrutture e cultura». Il vescovo di Rieti, monsignor Domenico Pompili, preferisce parlare di rigenerazione e dal nuovo governo si aspetta il necessario impegno «senza ulteriori ritardi».

Il vescovo di Rieti durante la celebrazione per il quarto anniversario del sisma

Il vescovo di Rieti durante la celebrazione per il quarto anniversario del sisma - Ansa/Francesco Patacchiola

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Dall’ultimo rapporto sulla ricostruzione si nota un’accelerazione importante per la ricostruzione privata. Quale è la situazione nella diocesi di Rieti e in quella di Ascoli Piceno, di cui è amministratore apostolico? Il 2021 sarà l’anno della svolta?

Per quel che riguarda il territorio di Rieti abbiamo un incremento pari al 59% delle domande accolte per la ricostruzione privata; per Ascoli Piceno l’incremento è del 34%. Cresce perciò la capacità della pubblica amministrazione di istruire le pratiche presentate dai cittadini, ma nel contempo sale fortemente anche il numero di pratiche da trattare. In questo senso è interessante notare – nel Rapporto del Commissario 2020 – che il numero degli addetti alla ricostruzione nell’ambito degli enti pubblici è tornato finalmente ad aumentare, passando da 1095 unità nel 2019 a 1277 nel 2020. Alla semplificazione delle procedure introdotte corrisponde, dunque, un ritrovato interesse per la ricostruzione: difficile dire se il 2021 sarà l’anno della svolta, ma di sicuro stiamo assistendo a segnali positivi.

Sul fronte chiese la procedura è stata semplificata, sono sta- ti assegnati finanziamenti per 928 edifici sacri, 100 cantieri sono conclusi. Ma ce ne sono quasi 3mila danneggiati a cui bisogna pensare.

L’impegno chiesto alle diocesi che sono diventate 'soggetti attuatori' è notevole ed esige un inedito lavoro di organizzazione per far fronte a una situazione straordinaria. Naturalmente in tutte le diocesi (sono più di una trentina quelle coinvolte, a vario titolo) si sta lavorando perché vengano avviati al più presto i cantieri. Ma evidentemente non accadrà tutto questo con uno 'schiocco di dita'. L’onere della ricostruzione delle chiese dice due cose: da un lato, si tratta di una responsabilità enorme che cambia il volto delle priorità nella strategia amministrativa di una comunità cristiana. Dall’altro, suggerisce un riconoscimento importante perché lo Stato si fida della Chiesa nel portare a compimento un lavoro sfibrante. Come già toccato con mano per le cosiddette 'messe in sicurezza', dove numero e qualità degli interventi delle singole diocesi è stato di gran lunga superiore ad altri soggetti attuatori.

Quali sono le priorità per l’Appennino terremotato, per scongiurare il rischio di ricostruire un territorio in via di spopolamento?

In realtà, l’Appennino è terremotato ben prima del sisma del 2016. Pur essendo la spina dorsale del Paese, infatti, già dai primi del Novecento è andato incontro ad un progressivo spopolamento. Amatrice nel ’700 aveva circa 15mila abitanti, oggi non arriva a 2000 residenti, sparpagliati in decine di frazioni. Le priorità quindi sono tre: infrastrutture, lavoro e cultura. Le infrastrutture sono materiali come le strade e la ferrovia, ma anche immateriali, come in tempi di pandemia ha rivelato lo smart working. Il lavoro va creato da queste parti, facendo leva sulla bellezza e la ricchezza dell’ambiente naturale che dice acqua, verde, salute. Infine, la cultura significa garantire la presenza della scuola senza se e senza ma, lasciando da parte astratte aritmetiche dell’efficienza. Ad Amatrice sorge un istituto onnicomprensivo da far invidia, grazie a Sergio Marchionne. Al suo interno c’è in bella mostra un oggetto-simbolo: il motore della Ferrari. Per dire che è la scuola il motore della vita dei ragazzi. Don Milani diceva che era l’ottavo sacramento.

Basta la semplificazione burocratica e la strategia messa in campo finora per arrivare a quella rigenerazione di cui hanno bisogno questi borghi?

Di sicuro semplificare, velocizzare, concretizzare era ed è una necessità vitale. Dopo quasi 5 anni bisogna cominciare a vedere qualcosa. Ma la rigenerazione è un’operazione più complessa che attiene non solo ai cantieri, ma anche alle coscienze. Bisogna risvegliare la voglia di coinvolgersi da parte dei cittadini, spesso delusi e ormai rassegnati. Occorre vigilare perché la macchina statale a tutti i livelli sia efficiente e messa in grado di lavorare. Infine, si richiede un’attenzione di lungo periodo per far sì che queste terre tornino a vivere e non solo a sopravvivere.

Cosa le chiedono le persone che vivono in questi territori?

Di tornare a casa. Specialmente gli anziani si interrogano sul tempo a disposizione. Si chiedono se ce la faranno a rivedere la loro abitazione spesso frutto dei sacrifici di una vita.

Cosa si aspetta dal nuovo governo?

Che dia seguito e sostenga l’impegno del Commissario Legnini, che non mi pare voglia essere un semplice 'notaio' della ricostruzione. È il governo però quello che decide i tempi, oltre che le risorse. Questo ci si aspetta, senza ulteriori ritardi.

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