giovedì 19 ottobre 2017
«Bisogna essere sicuri che la cittadinanza venga assegnata solo a chi condivide la nostra cultura e i suoi valori? Può darsi, ma questo non ci metterebbe comunque al riparo da pericoli»
Non so di «Ius», ma di persone giuste

Viviamo in un’epoca complicata fatta di parole difficili, e ad aggravare la situazione ogni giorno ne nascono di nuove, misteriose e minacciose. In particolare a me inquietano i prefissi: post, trans, multi, pan, meta, inter... E non è finita: ti svegli un mattino e ti senti dire che devi decidere se ti va bene il Mattarellum – ma cos’è? – o il Porcellum, «Lo gradisci il Porcellum oppure no?», «preferirei il Rosatellum», «a me no grazie, il rosato fa venire il mal di testa...». Ma non avevano detto che era l’inglese la lingua su cui investire per il futuro? Che se non impari l’inglese sei un uomo finito, se i nostri figli non fanno 20 ore di inglese alla settimana finiranno per essere dei derelitti? E com’è che saltano fuori tutte ’ste parole in latino? La cosa è ancor più stupefacente perché mi risulta addirittura che ci siano progetti di legge intenzionati ad abrogare il latino come insegnamento scolastico, e di converso ogni giorno nasce una proposta di legge con il nome in latino.

Ma perché? Per ammansire le astrusità e le nefandezze che potrebbe nascondere i disegni di legge? Secondo me semplicemente perché abbiamo provato a imparare l’inglese ma non ci siamo riusciti. Non che con il latino ce la caviamo meglio... «Cosa ne pensi dello Ius soli? ». «Ma che devo dire? lo accetto obtorto collo, l’importante che non sia sine die ». «Non si preoccupi, lo faranno una tantum». « us soli, una tantum? ». «Ma che vuole, mutatis mutandis, nos italici semper defecare fecimus... ». Devo dire la verità: è un’impresa ardua per ogni italiano avere un’idea chiara su quel che sta succedendo, anche perché spesso non sappiamo di cosa parliamo. Voi credete che sia semplice spiegare a mio figlio cosa significhi Ius soli, io che ho un diploma in Tecniche infermieristiche? La questione si complica ulteriormente perché i promotori della legge hanno precisato che, eventualmente, il nostro Ius si farebbe, sì, ma sarebbe in ogni caso Temperato. Il famoso Ius soli temperato!

Da non confondere con il clavicembalo ben temperato. Del resto non si può pretendere che un politico faccia bene lo ius, è già tanto che gli riesca temperato. Per completezza di informazione dovrei aggiungere che la proposta di legge prevede anche la variante dell’applicazione dello Ius culturae, ma non tocca, al momento, lo Ius sanguinis. Noi italiani siamo fatti così: l’aperitivo preferiamo chiamarlo happy hour, scaricare è provinciale e allora è meglio download, after shave è meglio di dopobarba, bipartisan è chic, condiviso è cheap, benchmark è figo, confronto è roba da vecchi. Noi italiani siamo sempre stati attratti da parole che non comprendiamo. Comunque, se le parole sono difficili figuriamoci i concetti che rappresentano. Prendiamone solo uno. Lo Ius soli 'temperato' che è nella legge presentata al Senato prevede che un bambino nato in Italia diventi automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trova legalmente nel nostro Paese da almeno 5 anni. Se il genitore in possesso di permesso di soggiorno di lunga durata non proviene dall’Unione europea, deve aderire ad altri tre parametri: avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale; disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge; superare un test di conoscenza della lingua italiana.

Scusate, ma 50 anni fa la famiglia del mio amico Pino, che all’epoca della sua venuta a Milano aveva 3 anni, secondo voi viveva in alloggi con requisiti di idoneità? La risposta è sicuramente no, perché anche la stragrande maggioranza dei lombardi – tipo io – vivevamo all’epoca in 4 in una stanza e mezzo, figuriamoci i terroni come il mio amico Pinuzzo. E secondo voi la famiglia di Pino, compresa la nonna Rosalia, avrebbe superato il test di lingua italiana? Per la verità nemmeno adesso, dopo 50 anni, la nonna Rosalia passerebbe l’esame d’italiano senza copiare i compiti di Pino, diciamo che in due si porterebbero a casa un risicato 6 meno. Certo voi direte: ma che esempio è? Pino e la sua famiglia sono sì meridionali ma comunque italiani, non c’è stato bisogno di applicare nessuno Ius, perché loro quando venivano, tra l’altro, non erano mai soli ma spesso accompagnati. Cosa volete che vi dica: noi lombardi siamo da sempre dentro a questa storia.

Questa è una storia di gente che si sposta, di gente che cerca di spostarsi nel posto giusto; ma questa è anche una storia di gente che sta ferma nel suo posto perché pensa che il suo sia il posto giusto. Questa è una storia di immigrazione: senza il flusso – il movimento delle persone che si spostano verso quelle che stanno ferme – non succederebbe nulla. Questa storia parte da lontano per arrivare a Milano. Quelli che partono da lontano non sono milanesi, quelli che stanno fermi sono i milanesi. Si potrebbe dire che l’immobilismo dei milanesi è inversamente proporzionale alla frenesia delle altre etnìe.

I milanesi sono fatti così: ti accolgono volentieri a cena ma devi essere tu a muoverti. E così hanno fatto per secoli, con tutti: con i romani, con i barbari, con gli spagnoli, i francesi, gli austriaci, i filippini, gli equadoregni, gli albanesi, e i terroni. Per farvi capire come sono fatti i milanesi, dovete prendere uno come Giovanni: lui ha la spocchia di dire che stava bene anche da solo, ma in realtà si è fatto visitare da chiunque, anche da Aldo e Giacomo. In effetti ci sarà un motivo per venire così in tanti a Milano, che l’aria non è così salubre, il mare non c’è, la montagna la si vede solo nelle giornate con il cielo terso. Uno può venire a Milano come Modu, che lavora fuori da un supermercato da 21 anni, vende gli incensi, le calze che infeltriscono subito e gli ombrelli da 5 euro che si spaccano alla prima raffica di vento. Se gli dai 3 euro ti porta la spesa a casa, alla mattina scopa i mozziconi fuori dall’ingresso e sistema i carrelli. O quell’altra, di cui nessuno sa il nome, che da 35 anni lavora al semaforo dell’incrocio tra viale Sabotino e via Ripamonti, non ha mai mancato un giorno. Alla fine diventano precisi e stakanovisti come noi milanesi: se non passi un giorno dal semaforo la signora è capace che ti dica «Ieri abbiamo battuto la fiacca, eh?!?». Non lo so quale Ius sia più giusto.

Qualche persona più istruita di me ha dichiarato che bisogna essere prudenti ed essere sicuri che la cittadinanza italiana venga assegnata a chi sicuramente condivide la cultura e la comunità italiana nei suoi valori e ordinamenti. Ecco, vorrei solo far notare che questo, quando anche accadesse, non metterebbe sicuramente al riparo la nostra nazione da pericoli di distruzione: ci sono stati italiani di generazioni e generazioni che hanno attentato allo Stato e alla nazione, ci sono italiani che lo sono da sempre eppure sono contro i valori fondanti della nostra Patria, e la loro azione malavitosa perseguita ogni santo giorno mira a conquistare porzioni importanti di potere da contrapporre allo Stato legittimo. Non è necessario essere italiani all’anagrafe per desiderare e operare il bene.

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