domenica 13 agosto 2017
Dopo Medici senza frontiere, anche Save the Children e Sea Eye fermano i soccorsi nel Canale di Sicilia. Indagati i comandanti della Iuventa: l’accusa è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina
Operatori di Medici senza frontiere impegnati nel salvataggio di piccoli profughi. Da anni l’Ong è impegnata nel Mediterraneo anche in operazioni di soccorso dei migranti sui barconi. Sono stati sospesi gli interventi diretti nel Canale di Sicilia

Operatori di Medici senza frontiere impegnati nel salvataggio di piccoli profughi. Da anni l’Ong è impegnata nel Mediterraneo anche in operazioni di soccorso dei migranti sui barconi. Sono stati sospesi gli interventi diretti nel Canale di Sicilia

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Dopo Medici senza frontiere, anche l’ong tedesca Sea Eye e Save the children sospendono le operazioni di ricerca e soccorso ai migranti nel Mediterraneo. Per le minacce della guardia costiera libica, che pretende di estendere arbitrariamente l’area di navigazione interdetta alle Ong. E per la trasformazione della missione italiana, non più di soccorso, ma di contenimento politico-militare dei flussi. In concreto, un sostegno agli arresti in mare dei profughi, detenuti poi in centri definiti disumani da osservatori internazionali. È una presa di posizione eclatante, che è stata imitata anche da Save the Children e dall'ong tedesca Sea Eye. È Loris De Filippi, presidente di Msf Italia a dare l’annuncio che chiude un periodo di tensione tra l’organizzazione, premio Nobel 1999 per la pace, e il ministro dell’Interno Marco Minniti, che ha imposto un codice di condotta, sottoscritto da cinque Ong su otto. Una decisione che tra l’altro arriva nel giorno in cui la procura di Trapani iscrive tra gli indagati, dopo il prete eritreo don Mussie Zerai, anche i due comandanti della 'Iuventa', la nave della Ong tedesca Jugend Rettet, e un terzo membro dell’equipaggio. L’accusa è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

«Sì, sospendiamo le operazioni di soccorso», conferma il numero uno di Msf Italia Loris De Filippi. «È la conseguenza dell’istituzione della zona 'Sar' di Ricerca e soccorso da parte della Libia. L’area in realtà – spiega – non è stata ancora ben definita e ha bisogno dell’asseveramento, la conferma formale, dai paesi confinanti come Italia o Tunisia. Ma il fatto che abbiano minacciato le Ong, chiedendo di tenersi molto lontano, pone per noi un problema importantissimo». Il limite delle acque territoriali, fissato a livello internazionale al massimo a 12 miglia, potrebbe essere esteso unilateralmente da Tripoli a ben 97 miglia. «Noi navighiamo in acque commerciali, a 23 o 24 miglia dalla costa, ben al di là delle acque territoriali. Ora – dice De Filippi – minacciano di attaccarci se non stiamo ancora più lontani. L’anno scorso, in un momento dieci volte più tranquillo, la Guardia libica ci ha attaccato a 18 miglia, sparandoci 13 colpi. Quest’anno hanno sparato contro una corvetta della Marina militare». Colpi anche contro la Ong spagnola Proactiva Oper Arms.

E l’altolà libico arriva da fonte ufficiale: «Venerdì abbiamo ricevuto dall’Imrcc (il Centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo della Guardia costiera italiana, ndr) una comunicazione sull’esistenza di una minaccia da parte della guardia costiera libica a tutte le Ong: 'Fate la massima attenzione'». Ma la decisione della Ong ha anche un altra origine: «Per noi è importantissimo continuare un’attività umanitaria, ma che non abbia nulla a che vedere con indagini di polizia o obiettivi politici, militari e strategici. È evidente che il governo italiano sta affiancando alla ricerca e al soccorso la 'terzializzazione' alla Libia dei flussi di migranti. Una scelta – puntualizza De Filippi – che non deve entrare in nessun modo nei nostri obiettivi che restano umanitari». Pesanti le possibili conseguenze di uno stop di Msf, che ha salvato e assistito finora circa 27mila migranti: «Se i mezzi delle Ong vengono spinti fuori dal Mediterraneo ci saranno meno navi pronte a soccorrere le persone prima che anneghino. Chi non annegherà, verrà intercettato e riportato in Libia, luogo di assenza di legalità, detenzione arbitraria, violenza estrema». Pochi giorni fa la Guardia costiera libica comunicava di avere «salvato e arrestato» 826 profughi, tra cui siriani e bambini.

«Ricordiamoci che l’anno scorso il 66% dei migranti soccorsi e arrivati in Italia – dice il presidente di Msf – hanno avuto lo status di rifugiato o una forma di protezione umanitaria. Ora vengono arrestati: è inquietante. Msf non intende collaborare con un sistema che prevede la detenzione in centri che danno alcuna garanzia. L’Acnur, Amnesty international, i reportage di grandi inviati, il direttore di Msf Olanda, tutti hanno visto come funzionano questi centri. Anche il viceministro Mario Giro», che ha detto che «riportarli in Libia vuol dire riportarli all’inferno». Lo stop scarica sul governo una responsabilità pesante: «Ma è soprattutto dell’Ue, che dovrebbe organizzare il soccorso. Noi ricominceremo se ci verrà garantita sicurezza e indipendenza, seguendo come sempre le indicazioni della Guardia costiera italiana».

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