domenica 21 ottobre 2018
Tra soddisfazioni mal riposte, riferimenti incompresi a una patrimoniale e ritorno del "piano B" per uscire dall'euro, Salvini, Di Maio e Savona non sono tranquillizzanti.
Luigi Di Maio davanti a Montecitorio (Ansa)

Luigi Di Maio davanti a Montecitorio (Ansa)

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Le risposte con cui tre importanti esponenti del governo hanno liquidato il taglio del rating italiano arrivato da Moody’s venerdì sera, che ci porta al livello di Portogallo, Romania e Ungheria, sono piene di inquietanti mezze verità e allusioni (chissà quanto consapevoli) che non possono tranquillizzare gli italiani.

«L’Italia è un paese solido, l’outlook è stabile, mi dicono gli esperti che l’importante è che l’outlook fosse stabile» ha detto Matteo Salvini. Viene da chiedersi con che tipo di esperti si confronti il vice presidente del Consiglio nonché ministro dell’Interno: uno dei suoi principali consulenti sull’economia è quel senatore Armando Siri che, intervistato a luglio dal quotidiano online leghista il Populista, a una domanda sulle polemiche sulla sua mancata laurea ha risposto che «se mai dovessi scrivere un curriculum, indicherò come titolo di studio conseguito la licenza elementare ».
L’outlook stabile di Moody’s significa infatti soltanto che l’agenzia non considera probabile un nuovo taglio del nostro rating, ma basta leggere la nota che ha accompagnato il downgrade per constatare che l’agenzia elenca tre casi in cui potrebbe abbassare di nuovo il suo giudizio sull’Italia e liquida come «attualmente poco probabile» una revisione al rialzo. Nasconderlo è dire anche meno di una mezza verità.

«Il responso di Moody’s lo accolgo con un grande sorriso, ce l’aspettavamo. Ad ogni modo si parla di un’Italia con un risparmio solido» ha poi aggiunto l’altro vice presidente del Consiglio, e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio. Qui non è chiaro che cosa faccia sorridere il ministro: se il taglio del rating era prevedibile è perché il governo ha cambiato i piani fiscali del Paese per i prossimi anni rendendoli meno convincenti per chi di mestiere valuta l’affidabilità di un debitore. Non c’è nulla di positivo, in tutto questo.
Ma è l’allusione di Di Maio all risparmio degli italiani ad essere inquietante, anche se il ministro non ne sembra consapevole. Se Moody’s ne parla non è per farci i complimenti: «Le famiglie italiane hanno elevati livelli di ricchezza – ricorda l’agenzia – che rappresentano un possibile cuscinetto contro i futuri choc e potrebbero anche essere una sostanziale fonte di finanziamento per il governo». Tradotto: se le cose si mettono male, il governo potrà sempre attingere ai patrimoni dei suoi cittadini. Non c’è davvero motivo di sorridere.

Paolo Savona a un evento milanese (LaPresse)

Paolo Savona a un evento milanese (LaPresse) - LaPresse

Infine Paolo Savona, ministro degli Affari europei: «C’è un punto di partenza nel quale non solo credo io, ma credo che ci credano tutti gli italiani – ha esordito davanti ai Giovani di Confindustria –: il debito pubblico italiano è assolutamente solvibile, non c’è nessun problema che l’Italia invochi un default ». Può essere anche vero che nessun italiano tema che il Paese a un certo punto si dichiari insolvente, però è un’altra mezza verità. Le agenzie di rating non sono infallibili e nel recente passato hanno anche fatto errori grossolani, tuttavia un grande investitore quando deve scegliere cosa fare dei suoi soldi dà più importanza ai giudizi frutto dei calcoli degli analisti di Moody’s, Fitch o S&P (il cui downgrade sul nostro debito è atteso per venerdì prossimo) che alle convinzioni diffuse tra i cittadini italiani.
Savona ha poi parlato di un altro rischio: «E non c’è nessuna possibilità che (il debito italiano, ndr) incorra in un cosiddetto rischio di denominazione, cioè di rifiutare l’euro come denominazione del suo debito. Se accadrà sarà per motivi esterni al Paese». L’allusione dell’anziano economista è pesante: prima dice che non c’è possibilità che l’Italia esca dall’euro e ripaghi il suo debito in un’altra moneta, poi però non esclude l’ipotesi che possa accadere, anche se solo per colpa di altri. Ritorna il solito “piano B” del ministro euroscettico Savona, che continua a rinnegarlo ma sembra averlo sempre in mente. Per farlo diventare operativo può semplicemente bastare non fare niente per evitarlo.
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