giovedì 1 dicembre 2016
Filo diretto tra il premier Renzi e il capo dello Stato Mattarella. Per il dopo referendum niente spazi per governi tecnici solo soluzioni politiche
Il giocatore, Matteo Renzi (Lapresse)

Il giocatore, Matteo Renzi (Lapresse) - LaPresse

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Un governo ci sarà. Forte e ben in sella. Dimissionario. Nuovo di zecca. Di transizione. Di scopo. Di larghe intese. Ma, in ogni caso, ci sarà. Perché c’è una legge di bilancio da approvare entro la fine dell’anno, che rappresenta una priorità assoluta rispetto ai 'litigi' della politica. E perché, prima di andare al voto, occorre capire cosa fare dell’Italicum (se vince il «Sì») oppure scrivere una nuova legge elettorale per Camera e Senato (se vince il «No»). Tra tante incertezze legate all’esito del referendum e alle sue conseguenze, questa è l’unica certezza: un esecutivo alla guida del Paese ci sarà. È il senso di quel filo diretto che in questi giorni unisce Colle e Palazzo Chigi. La parola chiave è «continuità istituzionale». Il senso politico è «responsabilità e niente avventure pericolose per il Paese». Un governo ci sarà, allora. Ma che tipo di governo e con quale maggioranza, però, dipenderà da umori, numeri ed equilibri che saranno chiari solo dopo il voto del 4 dicembre.

L'arbitro, Sergio Mattarella (Lapresse)

L'arbitro, Sergio Mattarella (Lapresse) - LaPresse


IL GOVERNO TECNICO È SOLO UNO SPETTRO,
L’OPZIONE CONCRETA SONO LE LARGHE INTESE

Per gli ultimi giorni di campagna elettorale Renzi ha deciso di agitare il fantasma del 'governo tecnico', ovvero di un esecutivo composto da 'professori' che portano avanti il Paese ascoltando più Bruxelles che il portafoglio dei cittadini. In realtà, ci sono scarse possibilità che dalla vittoria del «No» venga fuori una soluzione del genere. Lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella sembra poco convinto, per quanto la stella polare del Colle - non da oggi - sia sempre la 'continuità istituzionale'. Le larghe intese 'politiche', invece, sono davvero una prospettiva realistica. Nel caso la spunti il «Sì», potrebbe essere proprio Matteo Renzi a invocarle insieme a un clima di unità nazionale intorno all’attuazione della riforma costituzionale. Sarebbe anche una necessità, perché, vincendo il referendum, il premier avrebbe comunque parte della sinistra del Pd pronta a uscire definitivamente dalla maggioranza. Le larghe intese sono poi la prospettiva più credibile nell’ipotesi vinca il «No». In tal caso, Renzi vestirebbe al 100 per cento i panni del segretario del Pd e, prendendo atto della volontà della maggioranza dei suoi parlamentari di continuare la legislatura, avallerebbe un esecutivo di transizione - non guidato da lui - con un compito molto specifico: scrivere una nuova legge elettorale per andare al voto per Camera e Senato con un sistema abbastanza omogeneo, un proporzionale 'corretto' che non impedisca del tutto la governabilità. L’intesa obbligata sarebbe con Forza Italia o con altri moderati pronti a lasciare la barca di Berlusconi. Tuttavia una differenza tra le due i- potesi c’è: le larghe intese legate al «Sì» hanno come obiettivo quello di arrivare al 2018 e consentire a Renzi di affrontare con pienezza di legittimazione sia la kermesse di Roma per i 60 anni dai Trattati Ue (marzo) sia il G7 di Taormina (maggio); le larghe intese legate al «No» hanno giocoforza una scadenza temporale più ravvicinata.

RENZI E LA TENTAZIONE (QUASI SOFFOCATA) DELLA CAVALCATA TRIONFALE

Certo nessuno può sgomberare dal campo di gioco un’altra ipotesi strettamente legata alla vittoria del «Sì», fosse anche una vittoria all’ultimo voto. A quel punto Matteo Renzi, sentitosi legittimato dal voto dei cittadini, potrebbe chie- dere di andare quanto prima alle urne. È una opzione che ha una premessa: il premier rinnegherebbe la promessa fatta alla parte dialogante della minoranza dem di cambiare l’Italicum eliminando il ballottaggio (e non ci sarebbe nemmeno il tempo di fare la legge elettorale per il nuovo Senato, resterebbero in vigore le disposizioni transitorie che lasciano la scelta dei senatori ai Consigli regionali). Certo non è lo scenario più probabile, tuttavia potrebbe incassare l’avallo del Movimento 5 Stelle, l’unica forza politica che da tempo si dichiara pronta alla prova delle urne.

LO SCENARIO IBRIDO DELLA BUONA SCONFITTA

Non tutti i «No» sono uguali. Una corsa voto a voto, un finale al fotofinish offrirebbe un’indicazione rilevante: il Paese è spaccato in due, e tuttavia la metà circa degli elettori, con convinzione o meno, accettano il riformismo di Renzi. Ciò potrebbe convincere il premier a consegnare delle dimissioni solo 'formali' al presidente della Repubblica, per poi accettare un re-incarico a breve-medio termine per guidare da Palazzo Chigi la riscrittura della legge elettorale. È da dare pressoché per scontato che in caso di «buona sconfitta» il presidente della Repubblica Sergio Mattarella userà tutta la forza della sua moral suasion per impedire all’ex sindaco di Firenze scelte troppo frettolose. E anche il grosso del Pd spingerebbe sul suo segretario affinché non si sfili dalla partita del governo. La fase di transizione coinciderebbe con la scrittura della legge elettorale ma anche con la celebrazione del Congresso del Pd, resa dei conti definitiva tra maggioranza renziana e minoranza.

Lo sfidante (o uno degli sfidanti), Beppe Grillo (Lapresse)

Lo sfidante (o uno degli sfidanti), Beppe Grillo (Lapresse) - LaPresse


GLI UMORI DEI GRUPPI PARLAMENTARI E LA SINDROME DI GRILLO

Se la preoccupazione principale di Mattarella è non esporre il Paese a un periodo di instabilità politica e istituzionale, il timore dei gruppi parlamentari del Pd, dei centristi e di buona parte di Forza Italia è andare al voto «senza cinture di sicurezza». Ci sono decine di ragioni concrete, alcune estremamente pragmatiche, che fanno propendere molti deputati e senatori - anche vicini al premier Renzi - per andare avanti nella legislatura. La necessità più urgente avvertita dal grosso del gruppo del Pd e di Forza Italia è scrivere una legge elettorale che ponga un freno a M5S. Se vince il «Sì» si tratta di cambiare l’Italicum togliendo il ballottaggio e consentendo il ricorso a governi di coalizione. Se vince il «No», si tratta di evitare che l’Italia vada al voto con l’Italicum maggioritario alla Camera dei deputati e il Consultellum proporzionale al Senato. Questi argomenti imbrigliano chi ha sete di voto anticipato.

MATTEO? PREMIER NO (FORSE), SEGRETARIO SICURO

Come ormai noto, nelle ultime settimane Renzi ha 'spersonalizzato' il referendum. Ha cioè slegato (parzialmente) l’esito del voto dal futuro del governo e dal futuro della sua carriera politica. La certezza assoluta è che Renzi - a meno di una sconfitta davvero molto eclatante - resterà segretario del Pd, convocherà il Congresso dem e cercherà la rivincita contro i suoi avversari interni, preparandosi poi a riproporsi come presidente del Consiglio. La celebrazione del Congresso e delle primarie richiede diversi mesi: anche per questo motivo tutte le strade portano verso la scelta della «stabilità» e della «continuità». Che sia un Renzi-2 o un governo Delrio (tanto per fare un nome gettonato), il filo diretto Colle-Palazzo Chigi farà comunque in modo di evitare «salti nel buio».

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