domenica 17 marzo 2019
Sfida (al femminile) per la «casa comune». Greta, Charlotte & gli altri: correggere stili di vita e rapporti tra Stati è diventato un compito per tutti
La manifestazione degli studenti per l'ambiente e per sollecitare l'azione degli Stati contro il cambiamento climatico (LaPresse)

La manifestazione degli studenti per l'ambiente e per sollecitare l'azione degli Stati contro il cambiamento climatico (LaPresse)

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Non solo Greta Thunberg, la sedicenne svedese diventata in poche settimane simbolo globale della lotta contro il degrado ambientale. Ma tante altre, a cominciare da Charlotte Wanja, studentessa keniana di 17 anni che, invitata alla conferenza Onu sul clima nei giorni scorsi a Nairobi, ha strigliato senza alcun timore reverenziale i delegati, insistendo sull’urgenza di un’azione efficace per affrontare i problemi legati al cambiamento climatico. A mobilitare i milioni di ragazzi che hanno manifestato in tutto il mondo sono stati gli appelli lanciati da giovani donne: come non riconoscere la potenza simbolica di questo nuovo inizio?

Qualche anno fa il Premio Nobel per la chimica Paul Crutzen ha introdotto il termine antropocene per dire che la rivoluzione industriale non ha segnato solo l’inizio di una nuova fase storica, ma anche geologica. Ciò a causa dei cambiamenti, sempre più marcati, determinati dalle attività umane sulla biosfera. Effetti che nel giro di poco più di due secoli sono diventati così imponenti da minacciare la stessa vita sulla Terra.

Come è stato ribadito a Nairobi, siamo ormai davanti a un dilemma: o procedere lungo il sentiero di sviluppo sin qui seguito, e così pagare costi sempre più elevati, anche se non immediati; oppure accettare la sfida di correggere il nostro modo di vivere, riconoscendo che la salute, la prosperità, la pace e persino la vita dipendono direttamente dalla capacità di rispettare il vincolo ambientale. Le conclusioni della sesta edizione del Global Environmental Outlook presentato a Nairobi sono chiarissime: nel XXI secolo la crescita non potrà più essere pensata come aumento illimitato della nostra capacità di produzione, ma come capacità di far fiorire l’umano nel rispetto della trama sempre più fitta delle interconnessioni con l’intero ecosistema.

La natura e la portata di una tale sfida è inedita: riguarda l’intero pianeta e coinvolge 7 miliardi di persone organizzate in (circa) 200 Stati nazionali. Con interessi e preoccupazioni divergenti, in ragione del diverso livello di sviluppo e delle forti disuguaglianze interne. Se non si capisce la novità – per portata e complessità – della questione sarà impossibile trovare le soluzioni che cerchiamo e che diventano sempre più urgenti.

Se non vogliamo accontentarci dell’ennesimo effimero coinvolgimento emotivo agli eventi di questi giorni occorre la lucidità di porre sul tavolo alcune questioni di fondo. Ne cito due, tra le molte che potrebbero essere richiamate.

La prima: l’idea di sovranità. La sfida è una, gli Stati sono molti. Ciò significa che l’idea moderna di sovranità – che riferisce il potere di decisione a Stati sovrani, indipendentemente da ciò che li circonda – è oggi sempre meno appropriata. Concretamente, quando Trump, il presidente degli Stati Uniti, afferma che la questione del clima non è una priorità e si sottrae agli impegni, già insufficienti, di Parigi, cosa si deve fare? Chi deve intervenire, e come? Custodire la Terra, «casa comune», comporta l’introduzione di strumenti regolativi globali in grado di vincolare sovranità distinte. Ma non sappiamo come fare. Se è vero che nessun Paese può sottrarsi alle obbligazioni che derivano dalla comune appartenenza all’intero pianeta, come ripensare l’idea di sovranità concepita dalla modernità come assoluta e che invece oggi scopriamo in relazione?

Il secondo tema tocca il principio dell’interesse individuale, sul quale la razionalità moderna è stata plasmata. Un principio che si rivela oggi più inadeguato. Per fare un esempio quotidiano: ognuno di noi ha sempre delle buone ragioni per usare la propria auto privata. Ma l’effetto aggregato di tante singole decisioni produce le conseguenze che ben conosciamo. Per affrontare la crisi ambientale abbiamo bisogno di imparare a fare spazio a una razionalità di sistema (quello che chiamiamo 'bene comune') senza la quale non è possibile risolvere i problemi che abbiamo davanti. Facile a dirsi ma difficilissimo a farsi, soprattutto perché ciò mette in luce la crescente inadeguatezza delle due principali filosofie sociali della modernità (liberalismo e utilitarismo), senza peraltro suggerirci con che cosa sia possibile sostituirle.

Vivere nell’era dell’antropocene comporta riconoscere che tutto è connesso, come dice papa Francesco nella Laudato si’. Ma dire questo significa andare un passo al di là della forma di modernità che abbiamo conosciuto fino a oggi.

Dietro l’effetto mediatico creatosi in questi giorni, che siano state proprio delle giovani donne a prendere la scena ci deve far riflettere. Per affrontare le sfide che abbiamo davanti occorre cambiare la nostra testa. Il che, come sappiamo, non è mai facile.

Quello che sappiamo è che il rinnovamento – quando deve mettere in discussione sistemi di interesse consolidati – tende a essere prodotto da quello che Vaclav Havel un giorno ha chiamato «il potere dei senza potere». Che in effetti è la vera energia messasi in moto nelle ultime settimane.

Può darsi che si tratti solo di un fuoco di paglia, ma non ci giureremmo. E contiamo sull’esatto contrario. Qualcosa di nuovo è successo: i ragazzi hanno capito che, di fronte all’immobilismo degli adulti, si devono unire per cambiare le cose. Anche se con forme che ancora non conosciamo, la questione intergenerazionale – che annodandosi proprio intorno al tema ambientale e della sostenibilità riapre il tema del futuro e del senso della crescita – non potrà che diventare sempre più centrale negli anni a venire.

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