giovedì 28 dicembre 2017
«La vergogna di una legge approvata alla Camera nel 2015 e rimasta al Senato senza essere discussa per ben 2 anni». L'appello al presidente Mattarella per rinviare di poco la fine della legislatura
Manifestazione per il diritto alla cittadinanza in base allo Ius culturae (Ansa)

Manifestazione per il diritto alla cittadinanza in base allo Ius culturae (Ansa)

«Abbiamo perso la fiducia nei nostri rappresentanti in Senato e al Governo, ma non abbiamo perso la fiducia nell’Italia di oggi». Paula Baudet Vivanco ha fondato nell’ottobre 2016 il movimento "Italiani senza Cittadinanza" ed è una delle firmatarie dell’appello a Sergio Mattarella che è stato ripreso da alcuni parlamentari.

È necessario «prolungare la legislatura di due settimane per consentire al Parlamento di discutere la riforma della cittadinanza» chiede sul versante politico Luigi Manconi, uno dei senatori democratici più impegnati sul tema. E sempre dal Pd, Gianni Cuperlo invita Gentiloni e Renzi a presentare la stessa richiesta al presidente della Repubblica. «È penoso perdere un appuntamento storico, costruito per 15 anni – ha fatto eco ai due esponenti dem, Mario Marazziti, presidente della Commissione Affari sociali della Camera –. Un voto di fine legislatura sulla legge al Senato sarebbe un’occasione per fare chiarezza. Spero che il presidente Mattarella ci aiuti».

Rabbia e delusione sono dunque i sentimenti di una parte del mondo politico e degli attivisti che in questi anni sono scesi in piazza, hanno scritto lettere, appelli e cartoline con le loro storie, organizzato iniziative, e più volte sono stati ricevuti in Parlamento. «Italiani senza Cittadinanza – spiega ora Vivanco – è nato proprio per dare voce ai diretti interessati. Abbiamo chiesto una scelta responsabile verso i nostri bambini, ma il Senato ha scelto di non entrare neppure nel merito, di non votare, facendo finta che questi bambini neppure esistessero. Da adulti bisognava dare il buon esempio, non nascondersi». Eppure nessuno ha intenzione di arrendersi, pur sapendo che il fallimento in questa legislatura renderà tutto più complicato nella prossima. «Dobbiamo ricominciare – prosegue la donna di origine cilena ma romana da una vita – un percorso comune perché tutti i bambini d’Italia vengano riconosciuti come tali. Sarà un percorso destinato a ripartire da scuole, parrocchie e piazze, dove la cittadinanza è già una realtà nei fatti».

Che la riforma avesse poche possibilità, si era capito. Ma la beffa dell’assenza del numero legale è stato l’ennesimo schiaffo. «Indecoroso» per Mohamed Saady, il presidente dell’Anolf Cisl. Il problema non sono state comunque solo le assenze del 23 dicembre, ma due anni di continui rinvii, senza votare, dopo l’approvazione alla Camera dell’ottobre 2015. «È l’emblema – dice amaramente il sindacalista – di una classe politica miope, che non riesce ad avere interesse verso la società futura, ma guarda in modo irresponsabile alle convenienze elettorali».

Mohamed Tailmoun è arrivato dalla Libia 39 anni fa (ne aveva 5, l’anno dell’elezione di Pertini), ma non è ancora cittadino italiano. È uno degli attivisti storici della battaglia per la riforma, da quando, nel 2005, fondò con altri figli di immigrati cresciuti in Italia la "Rete G2", di cui è il portavoce. «Insieme a diverse associazioni riunite nella campagna "L’Italia sono anch’io", abbiamo raccolto 200mila firme, consegnate nel 2012, per una legge di iniziativa popolare». È stato uno dei testi da cui è nato quello approvato dalla Camera, ben più restrittivo rispetto a ciò che chiedeva la "Rete G2".

«Si era trovato un buon compromesso – dice Tailmoun, più volte ascoltato a Montecitorio in audizione in questi anni – che si è buttato dalla finestra. Un atteggiamento squallido». La delusione è particolarmente forte verso quei partiti che gli attivisti credevano amici della riforma. «È stato grave – per Tailmoun – anche l’atteggiamento di diversi parlamentari centristi che sostengono il governo: hanno partecipato alla stesura del testo, lo hanno votato alla Camera e poi si sono assentati al Senato, complice l’imminenza delle elezioni». Per la "Rete G2" la cittadinanza «non doveva divenire argomento di campagna elettorale, è una legge ordinaria che andava dibattuta in Parlamento, non seguendo i sondaggi».

L’approvazione «non avrebbe tolto diritti a nessuno, li avrebbe solo estesi». Anzi, aggiunge l’attivista sarda Ilham Mounssif, l’introduzione dello ius culturae sarebbe stato «un grande investimento sulla nostra generazione, che deve molto innanzitutto alla scuola». A 22 anni, pur senza cittadinanza, a marzo ha vinto un premio come simbolo d’eccellenza del made in Italy, quello che la Fondazione Italia Usa destina ai neolaureati italiani più brillanti. Ilham vive da 20 anni in Sardegna, dove è arrivata dal Marocco, ancora prima di frequentare l’asilo, in un paese dell’Ogliastra, Bari Sardo. Se la riforma non fosse stata insabbiata dai senatori, oggi una laureata italiana modello sarebbe stata italiana per legge.

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