giovedì 24 agosto 2017
«È un simbolo della mia religione: rinunciarci è stata una scelta sofferta»
«Ho tolto il turbante sikh: mi faceva sentire un estraneo»

Gurpreet Singh arrivò 13 anni fa dalla regione indiana del Punjab a Terranova Bracciolini, in provincia di Arezzo. Sorride al ricordo: «Quanto è cambiato da allora! La mia famiglia tendeva a stare solo con connazionali e quindi io con i loro figli». Ma la scuola, che il ragazzo ha frequentato dalla quinta elementare alla fine delle superiori, è stata una chiave di volta, così come vorrebbe riconoscere lo riforma della cittadinanza introducendo lo ius culturae. «L’incontro con altri – afferma – è la via del cambiamento. In particolare modifica la mentalità: lo vedo confrontandomi con la generazione dei miei genitori, che a differenza di me e mia sorella tendono ancora a stare maggiormente con indiani. Io invece ho soprattutto amici italiani e di altra nazionalità» precisa.
Gurpreet si sente indiano, ma, nonostante sulla carta sia straniero, non ha dubbi sull’appartenenza anche all’Italia: «Hai voglia», risponde con un’espressione che indica che lui è cresciuto in Toscana. Oggi ha 24 anni e da sei è il responsabile di un magazzino in un’azienda che a Figline Valdarno (Firenze) produce cavi elettronici per macchine e camion. È più lungo il periodo della sua vita in cui ha vissuto qui rispetto a quello vissuto in India: eppure più volte è stato costretto a riaffermare la propria appartenenza all’Italia. Come quando ha deciso di togliere il turbante sikh, il simbolo della religione a cui appartiene: «Suscitava curiosità – spiega – ma anche tanta estraneità. Dopo cinque anni dal mio arrivo, l’ho tolto per farmi accettare. Ma è stata una decisione presa con sofferenza». Non bastano le leggi a cambiare la mentalità, ma approvare la riforma della cittadinanza sarebbe un passo importante per evitare ulteriori sofferenze.

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