mercoledì 29 agosto 2018
Per la religiosità popolare genovese, il pellegrinaggio alla Guardia è il momento più importante dell’anno. L'omelia del cardinale arcivescovo parla al cuore della città colpita dal crollo del ponte
Il cardinale Angelo Bagnasco al santuario della Madonna della Guardia (Ansa)

Il cardinale Angelo Bagnasco al santuario della Madonna della Guardia (Ansa)

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Si è tentati di buttarla in politica e soffermarsi su quel monito che striglia a destra e a manca: "Ogni piccola rendita faziosa, che dovesse intralciare o solo rallentare il recupero e il miglioramento, sarebbe imperdonabile davanti alla nostra coscienza, alla Nazione e al mondo". Poche parole per descrivere quindici giorni trascorsi tra lacrime e polemiche, minacce e coup de theatre: eppure, l’omelia pontificale pronunciata ieri dall’arcivescovo Angelo Bagnasco al santuario della Madonna della Guardia ha ben altro focus.

Ricorda innanzi tutto le quarantatre vittime del crollo del ponte Morandi - ieri anche i "Cristi", enormi crocifissi lignei portati in processione, erano cinti da un drappo nero - ma fa un passo oltre. Dopo i giorni del lutto e delle polemiche, per il cardinale è giunto infatti il tempo della fiducia, intesa come "dono e compito".

Per la religiosità popolare genovese, il pellegrinaggio alla Guardia è il momento più importante dell’anno. E la cappella dell’Apparizione si trova nel cuore della val Polcevera, proprio a monte del disastro: "Le quarantatre vittime e i loro famigliari, i feriti e gli sfollati, li sentiamo "nostri" e nostri rimarranno - ha ricordato il presule - : da qualunque parte provengano, ormai appartengono anche a noi. Ci siamo stretti a loro con quello slancio che va oltre ogni umana conoscenza, e che nasce dalla comune esperienza del dolore: il dolore, infatti, ha il potere di accomunare, di far sentire quanto siamo fragili ed esposti. Ci riconduce brutalmente alla nostra piccolezza, ci invita ad essere umili, a non coltivare sogni di gloria che ci allontanano gli uni dagli altri, induriscono i sentimenti, e rendono miopi rispetto alla realtà. Ai piedi della Madonna li portiamo tutti".

Ma, al tempo stesso, il Cardinale ha riproposto, in un santuario gremito malgrado il giorno feriale, le domande che si fanno i genovesi e che restano ancora senza risposta - "come è possibile, com’è accaduto?" - e ha segnalato "lo sguardo del mondo" su una città che "si è stretta in sè" ma "non si è chiusa al mondo". Un’omelia da prete genovese, di quei pastori che conoscono molto bene il gregge: il suo "pudore" con cui custodisce il proprio cuore, anche quand’è ferito, e il coraggio che, di fronte ad altre tragedie, ha permesso di fare un passo oltre. "Così dev’essere e così sarà se tutti sapremo far prevalere non interessi particolari, ma l’amore alla gente e alla città" ha esclamato ieri mattina Bagnasco, concludendo il ragionamento con una chiamata vera e propria, alla politica e all’associazionismo, al semplice cittadino; una chiamata a fare anche piccoli gesti di solidarietà ferso le persone colpite dal disastro del Morandi, in quanto "niente è troppo poco per contribuire e perché non venga meno la fiducia".
Il nucleo della sua pedagogia è, appunto, la fiducia, perché "un popolo che non ha fiducia in sé e negli altri non ha futuro, e la sua città non sarà mai sua, cioè la propria casa".

Un appello alla fiducia, quindi, che non dimentica i lutti e le incertezze, ma intende fare leva sul Dna dei genovesi: "I nostri padri hanno sfidato il mare, e hanno cavato dai monti innumerevoli fasce per trarne sussistenza, per non abbandonare le proprie radici: la Liguria non è solo una regione della nostra splendida Italia, ma una visione, un modo di pensare e di vivere". La fiducia che sostiene questa visione è la stessa che fortifica le famiglie, ha detto Bagnasco citando il discorso di papa Francesco a Dublino: "non vogliamo che la tragedia del ponte uccida la speranza: la mette alla prova perché esca più grande. Non vogliamo uscirne induriti - ha sottolineato il porporato -, ma più benevoli verso gli altri, più aperti. Non vogliamo che cresca in noi il demone della paura che oggi invade troppi cuori e nazioni, ma più coraggiosi. Non vogliamo vivere nel sospetto verso tutto e tutti, ma fiduciosi".

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