lunedì 18 settembre 2017
«Sbarchi di donne incinte», così si gioca sulla paura
«Invasione islamica», «effetto calamita»... Cittadinanza, le fake news

Le fake news, hanno inquinato anche il dibattito sulla riforma della cittadinanza sulla stampa, in tv e sui social media mescolando i piani. Proviamo a vederne alcune.

Effetto calamita. È stato detto che la legge in discussione – che prevede l’introduzione dello ius soli temperato e dello ius culturae – qualora approvata provocherebbe un aumento degli sbarchi attirando torme di disperati e soprattutto di donne in procinto di partorire. Ma la legge arenatasi al Senato non prevede alcun diritto incondizionato alla cittadinanza a chi nasce sul suolo italiano. Colpa in verità anche della politica e di chi abbrevia il dispositivo chiamandolo ius soli come se questo fosse "puro", all’americana. La riforma prevede invece che vi sia uno ius soli temperato applicato a chi nasce in Italia figlio di almeno un genitore regolarmente residente e con permesso di soggiorno di lungo periodo (in Italia da almeno 5 anni). Lo ius culturae inoltre assegna la cittadinanza ai minori non nati in Italia, ma che vi sono arrivati entro i 12 anni di età a patto che vi compiano un intero ciclo di studi e almeno cinque anni sui banchi di scuola. Il provvedimento riguarda l’immigrazione stabile, regolare e stabilizzata. Restano esclusi quindi i richiedenti asilo e protezione umanitaria e chi ha un soggiorno di breve periodo.

Italiani veri mai. Tradotto Il senso è: essere figli di regolari lungo soggiornanti e compiere un ciclo scolastico non basta a rendere cittadini. Questo significa mettere in discussione anzitutto la scuola che non sarebbe in grado di integrare i nuovi arrivati insegnando loro i valori della Costituzione. La realtà di tutti i giorni pare ben diversa. E tra i Paesi europei partner e concorrenti le regole non sono più severe. In Francia, che adotta lo ius soli, ogni bambino nato sul territorio da genitori stranieri diventa francese al compimento di 18 anni se ha vissuto stabilmente nel Paese per almeno 5 anni e se dimostra di condividerne cultura e valori. In Germania diventa cittadino senza presentare domanda chi vi nasce a patto che almeno uno dei genitori risieda regolarmente nel Paese da minimo 8 anni. In Spagna, paladina dello ius sanguinis, per diventare suddito di re Felipe a chi vi nasce, se figlio di stranieri, occorrono dieci anni di residenza.

Sicurezza in pericolo. I cani sciolti dello stato islamico che hanno colpito in Europa in questi ultimi anni erano spesso immigrati di seconda generazione divenuti cittadini. Ma stiamo parlando di Paesi con un passato coloniale ben più lungo e articolato del nostro e quindi con rapporti diversi con un’immigrazione molto più vecchia e che hanno scelto modalità evidentemente sbagliate di integrazione lasciando crescere ghetti fuori controllo sorti nei decenni scorsi. Il problema è il legame tra terrorismo e mancata integrazione, la cittadinanza non c’entra.

Neo italiani in massa. Ci sarà un impatto, ma in prospettiva. Il provvedimento riguarda potenzialmente circa 800mila persone, dei quali 600mila circa alunni delle scuole italiane. Poi, secondo l’elaborazione della Fondazione Leone Moressa su dati Istat e Miur, saranno naturalizzati quasi 60mila nuovi italiani ogni anno. Diventerà italiano un minore su otto. Per contro la popolazione residente attesa per l’Italia secondo previsioni Istat calerà di 2,1 milioni di residenti nel 2045 e di 7 milioni nel 2065. Quadro che avrebbe parziale sollievo dalle naturalizzazioni e da altre migrazioni.

Invasione islamica. Sempre la laicissima Fondazione Moressa stima che due nuovi italiani su tre saranno cristiani.

Cittadinanza obbligata. L’acquisto della cittadinanza italiana continuerà a non essere automatico, ma a realizzarsi con una dichiarazione di volontà espressa o da parte di un genitore entro il compimento della maggiore età o dallo stesso soggetto entro i 20 anni. Il giovane può dunque rinunciarvi.

La riforma non cambia nulla. Le storie che abbiamo raccontato in questi ultimi due mesi rivelano che in molti casi invece la burocrazia italiana e quella del Paese di origine ostacolano l’iter per presentare la domanda in tempi utili e rallentano la risposta. Se la riforma muore, i semi-cittadini continueranno a restare in un inutile limbo.

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