venerdì 26 giugno 2020
Una cuoca e una bidella. Rimaste senza lavoro né reddito. E con figli da crescere. In parrocchia hanno trovato la via per accedere al Fondo San Giuseppe. Che finora ha raccolto 6,6 milioni di euro
Milano: povertà al tempo del Coronavirus. Una famiglia sfrattata ha trovato rifugio sotto un ponte

Milano: povertà al tempo del Coronavirus. Una famiglia sfrattata ha trovato rifugio sotto un ponte - C.Furlan/LaPresse

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Sei milioni e 621mila euro. A tanto ammontano le risorse raccolte a favore del Fondo San Giuseppe, istituito dalla diocesi di Milano con la collaborazione del Comune di Milano per aiutare le persone e le famiglie che hanno perso lavoro e reddito a causa dell’epidemia di Covid 19. Si tratta di risorse che provengono dalle donazioni di singoli fedeli, cittadini ed enti, che si sono aggiunte, settimana dopo settimana, alla dotazione iniziale – due milioni di euro stanziati dalla diocesi e altri due dall'Amministrazione comunale – con la quale alla fine dello scorso mese di marzo si è dato avvio al Fondo. Ammontano a un milione e 402mila euro, invece, le risorse erogate finora. Una risposta – certamente non risolutiva, ma concreta e sollecita – alla drammatica emergenza sociale innescata dall’emergenza sanitaria. Una risposta della quale presto beneficeranno persone come S.C. di Turate e Marjan M. di Milano: donne, lavoratrici, madri, che la pandemia ha lasciato a casa. Disoccupate. Con figli da crescere, una casa da portare avanti, un bilancio familiare da tenere in piedi. Ecco le loro voci. Ecco le loro storie.

La cuoca: «Ascolto e aiuto in parrocchia». «Ho 43 anni, lavoro da quando ne ho 15 e una situazione di difficoltà come questa non mi era mai capitata. Ma per fortuna c’è ancora qualcuno che ha cuore per gli altri», racconta ad Avvenire la signora S.C., che vive a Turate, in provincia di Como e diocesi di Milano. «Ero cuoca in una casa di riposo. Mi avevano assicurato che mi avrebbero rinnovato il contratto. Invece, con l’epidemia, da fine febbraio sono senza lavoro. E con me sono state lasciate a casa anche persone con contratto a tempo indeterminato. La disoccupazione, l’ho percepita per la prima volta solo la scorsa settimana. Il mio compagno, addirittura, sta ancora aspettando la cassa integrazione di marzo. Io ho una figlia di 16 anni; lui, da una precedente unione, tre figli al cui mantenimento ha sempre contribuito, anche in questi mesi durissimi nei quali ci siamo trovati senza più entrate, e con tutte le spese ordinarie – come l’affitto e le bollette – da sostenere. Se non ci fossero stati il parroco di Turate e l’assistente sociale ad aiutarci – oltre ai nostri genitori, che sono pensionati – non so come ce l’avremmo fatta». È con voce incalzante che la signora offre la sua testimonianza. «Dal parroco e dall’assistente sociale non sono andata a chiedere soldi, ma informazioni e contatti per un possibile lavoro – racconta con orgoglio –. Sono pronta a fare tutto, anche le pulizie. Sono abituata a lavorare anche dieci ore al giorno, anche a Natale, come accade in casa di riposo. Una delle cose più faticose e deprimenti di questi mesi, infatti, è stato dover rimanere chiusa in casa con le mani in mano – non fa proprio per me! – e non poter lavorare mentre non sai se avrai i soldi per sfamare i tuoi cari. Un’altra cosa difficile da accettare? È ritrovarsi soli nelle difficoltà, è non avere risposte, com’è successo a volte con le istituzioni. Sono stati il parroco e le signore della Caritas a parlarmi del Fondo San Giuseppe e ad aiutarmi. Ora ci è stato comunicato che la mia domanda è stata accolta. Sì, sono stati molto efficaci. E molto umani».

La bidella: «Grazie Italia, ti amo e prego per te». Un’altra voce di donna. È quella di Marjan M., che vive alla periferia di Milano con un figlio che ha appena concluso le medie e andrà allo scientifico. Anche lei è rimasta senza lavoro a causa dell’epidemia. E anche lei riceverà aiuto dal Fondo San Giuseppe. «Ho appena ricevuto un messaggio dalla signora Ida, del centro d’ascolto della nostra parrocchia, San Luigi. Sì, lei è davvero l’angelo della mia vita. Mi ha aiutato a trovare impiego – sono bidella, da un paio d’anni in un istituto professionale di Milano, ed è un lavoro che mi piace moltissimo –, conosce bene la realtà e le fatiche del nostro cammino familiare. E ora, che dall’inizio di marzo sono senza lavoro e sto ancora aspettando la cassa integrazione, mi ha aiutata a presentare domanda al Fondo. Un sostegno davvero prezioso: ancora non ho certezze, sulla ripresa del lavoro, dopo l’estate». Viene da lontano, la signora Marjan. «Dall’Iran – racconta – e vivo in Italia dal 2002. Mio figlio, nato e cresciuto qui, si sente italiano e grazie a suo padre ha la cittadinanza italiana. Anch’io l’ho chiesta, e mi hanno detto sì. Posso dirlo? Amo l’Italia e prego per l’Italia che mi ha accolto e non ci volta le spalle anche in questo tempo di crisi e fatica. Grazie, Italia!».

L’identikit dei beneficiari. Secondo gli ultimi dati diffusi dalla diocesi di Milano (risalenti al 18 giugno scorso) sono 1.277 le richieste d’aiuto arrivate al Fondo intitolato al patrono dei lavoratori, 1.144 quelle valutate, 903 quelle approvate. I beneficiari? Donne il 47% (425 in valore assoluto), uomini il 53% (478); italiani il 47,6% (430), stranieri il 52,4% (473). Il 44,7% risiede a Milano, il 55,3% fuori. Le fasce d’età? Il 35,5% ha fra i 35 e i 44 anni; il 30% fra i 45 e i 54; il 18,6% fra i 25 e i 34; l’11,2% fra i 55 e i 64; il 3,2% fra i 18 e i 24. È sopra i 65 anni, infine, l’1,5% dei beneficiari.

Aspettando la cassa integrazione. Riguardo alla situazione lavorativa dei beneficiari del Fondo San Giuseppe: il 26% è rappresentato da persone in attesa di cassa integrazione. È questa la casistica prevalente: più di un quarto del totale. Più di un quinto – il 21,2% – sono invece lavoratori giunti alla fine di un contratto a termine, non rinnovato. Il 12,4% sono lavoratori autonomi; il 10% sono lavoratori parasubordinati e occasionali; l’8,3% sono licenziati. Viene da altre situazioni, infine, il 22,1% dei beneficiari.

Nella crisi, nessuno resti solo. Grazie alle sue molteplici, capillari, sensibili "antenne" sul territorio – come i centri d’ascolto e le Caritas parrocchiali – la diocesi di Milano aveva capito fin dall’inizio come l’emergenza sanitaria avrebbe generato conseguenze sociali, economiche e occupazionali molto gravi, che avrebbero colpito soprattutto i lavoratori più precari e meno tutelati, e le fasce sociali più fragili. Così è accaduto, come attestano i dati sui beneficiari del Fondo San Giuseppe, creato proprio perché – nel turbine di questa crisi inedita e violenta – nessuno resti solo e nessuno venga lasciato indietro, a partire dai più deboli. Il Fondo San Giuseppe opera attraverso i centri d’ascolto e gli organismi del Fondo Famiglia Lavoro, lanciato la Notte di Natale del 2008 dal cardinale Dionigi Tettamanzi per aiutare le vittime della crisi economica scoppiata allora. Una storia di solidarietà che continua. E si rinnova. Perché S.C., Marjan M. e i loro figli possano stare a galla nella tempesta, raggiungere terra, riprendere il cammino. Assieme alle comunità di cui fanno parte.

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