mercoledì 9 giugno 2021
Tra gli ultrasessantenni le percentuali di vaccinati restano ferme: all'appello mancano in 3 milioni. Perché non si raggiunge il 100%? Ecco tutte le spiegazioni
Roma, manifestazione dei no mask e negazionisti Covid  05-09-2020

Roma, manifestazione dei no mask e negazionisti Covid 05-09-2020 - Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

COMMENTA E CONDIVIDI

Si fa presto a dire No vax. Specie guardando oltreoceano, nell’Eldorado dei vaccini che sono gli Stati Uniti d’America: obiettivo 70% della popolazione immunizzata entro il 4 luglio, contatore inchiodato inesorabilmente al 63%, con un aumento di appena l’1% rispetto alla scorsa settimana. La gente non vuol più vaccinarsi, forse perché il Covid non fa più così male (grazie ai vaccini). E di quella gente, chi vive nelle campagne e nelle zone rurali di vaccinarsi non voleva saperne nemmeno prima. Risultato: addio immunità, salvo cambiamenti di strategia in corsa. L’incubo – passato l’entusiasmo dei giovani e le code agli open day alimentate dal desiderio di andare in ferie – è che presto possa avvenire anche da noi. Che a percentuale di popolazione vaccinata almeno con una dose siamo al 42,7%.

Le tabelle a cui guardare sono quelle prodotte ogni giorno dalla struttura commissariale del generale Figliuolo. La voce, “vaccinazione per fascia d’età in rapporto alla popolazione”. Eccoli qui, i numeri che da giorni ormai stazionano sui tavoli delle autorità sanitarie e del governo: over 80 che hanno ricevuto la prima dose (quelli per cui piattaforme online e hub, per intenderci, sono aperti ormai da marzo) 93,88%; fascia 70-79 (campagna partita a metà aprile), 85,11%; fascia 60-69 (iniezioni al via tra fine aprile e primi di maggio) 77,61%. Le colonnine, sui grafici, non si muovono più. Il tempo trascorso è stato abbastanza perché almeno la prima dose fosse somministrata a tutti. Le fiale ci sono, la macchina vaccinale ormai è più che rodata. E invece “tutti” è un orizzonte ancora lontano: all’appello mancano tre milioni di persone. Perché? Cosa ferma, rispettivamente, il 6% degli ottantenni (tollerabile, s’intende), il 15% dei settantenni e ben il 23% dei sessantenni italiani, cioè le fasce più a rischio nell’eventualità di un contagio da Covid?

Le semplificazioni non pagano. Si prenda il caso degli over 80: impensabile che in questa fascia d’età serpeggino le teorie complottiste de "il virus non esiste" e "Big Pharma vuole colonizzare il nostro Dna". Che, beninteso, circolano eccome (specialmente online). La ricostruzione più verosimile è che chi manca ancora all’appello tra i grandi anziani non riesca a vaccinarsi: o perché vive nelle zone più isolate del Paese, o perché non ha nessuno che lo aiuti nella prenotazione, o perché fisicamente impossibilitato a spostarsi. «Serve cercarli, chiamarli uno a uno, raggiungerli» ha ripetuto a più riprese il commissario Figliuolo, appellandosi alle Regioni. Un impegno complesso, che incrocia l’altrettanto complessa situazione della sanità italiana: risvegliatasi più fragile che mai, dopo l’arrivo del virus, proprio nell’organizzazione dei servizi territoriali e domiciliari. Risultato: a metà giugno, quella piccola percentuale stenta ancora ad essere raggiunta e messa in sicurezza.

Scendendo tra i settantenni e i sessantenni la situazione cambia ed entra in gioco l’effetto “ansia”, alimentato da una comunicazione mediatica troppo veloce rispetto alla necessità di metabolizzare le informazioni ricevute: ci sono stati morti legate ad AstraZeneca? Basta questo, per rifiutarlo. Esemplificativo un episodio raccontato dal virologo Fabrizio Pregliasco su un paziente di 62 qnni incontrato nel grande hub vaccinale di Novegro, a Milano: «Aveva la paura negli occhi. Quando ha saputo che avrebbe ricevuto proprio AstraZeneca – racconta – ha confessato le sue preoccupazioni, era veramente spaventato. E nonostante le ampie rassicurazioni ricevute in un lungo colloquio con me, alla fine ha detto no. Se ne è andato». Si è già fatto il Covid? «Molti fra i più anziani disertano la vaccinazione – spiegano le infermiere dell’hub del Valentino, a Torino, dove ieri si sono presentati altri 7mila under 30 per l’iniezione – perché fanno autonomamente il sierologico e si autopromuovono “immuni per sempre”».

Il passaparola, la fiducia nei vicini di casa e nei dibattiti pomeridiani alla tv, la notizia di un conoscente che è stato male dopo la prima dose possono più di ogni Bollettino e persino delle indicazioni del medico di base. Specie col vaccino di Oxford, su cui anche la comunicazione istituzionale è stata ambigua dall’inizio. Alla paura del vaccino, poi, si affianca quello che gli psicologi chiamano “old new risk”: «Se un evento è relativamente nuovo, tendiamo cioè istintivamente a percepirlo come qualcosa di pericoloso – ha spiegato recentemente proprio il presidente dell’Ordine degli psicologi del Veneto Luca Pezzullo –. Al contrario, un problema vecchio, al quale ci siamo abituati, viene percepito come meno pericoloso. Una distorsione che porta a sottostimare e sovrastimare i rischi». Applicato al Covid: ieri ci terrorizzava, oggi ci preoccupa meno contagiarci che essere vaccinati.

Per trovare i No vax veri e propri bisogna scendere. Giù, nelle maglie degli under 50 e in quelle del web, dove i movimenti impazzano soprattutto grazie alla condivisione di pseudo-documenti segreti, lettere firmate da sedicenti virologi: hanno dati che non vengono divulgati, elencano eventi avversi nascosti, si fomentano sommando accuse ad angosce. Il copione visto col morbillo nel 2017, che si ripete col coronavirus. Sono pochi, secondo alcune stime non ufficiali fornite al ministero della Salute l’1 o al massimo il 2% di quelli che non si vaccinano. Ma si fanno sentire, soprattutto sul fronte della nuova frontiera delle vaccinazioni: quella ai bambini e ai ragazzi, su cui anche alcuni medici hanno espresso perplessità nelle ultime ore. È qui, dove la teoria del complotto incontra le perplessità assolutamente legittime di parte della comunità scientifica (i vaccini sono appena nati, autorizzati tutti in via emergenziale, sotto osservazione costante da parte della farmacovigilanza) che l’antivaccinismo rischia di diventare un problema serio.

Fa scuola il caso nato dopo la notizia della trombosi che ha colpito una 18enne di Genova dopo la vaccinazione con AstraZeneca, con il gruppo di vaccinatori che ha reso pubblica la propria contrarietà alle somministrazioni sui più giovani. Perplessità già avanzate, nei giorni scorsi, dal microbiologo Andrea Crisanti, convinto sostenitore del fatto che alla campagna vaccinale i più giovani servano soltanto per una questione “numerica” di comodità: raggiungere, cioè, l’immunità di popolazione visto l’avvicinarsi della saturazione delle persone decise a vaccinarsi.

Il punto vero, e lo ha ribadito in queste ore l’ex direttore esecutivo dell’Ema e ora consulente del commissario all’Emergenza Guido Rasi, resta la necessità «di un piano di comunicazione istituzionale che finora è mancato», anche «se siamo ancora in tempo. Questo è il momento in cui fare una campagna anche sui social – ha insitito Rasi – puntando soprattutto ai più giovani, alla fascia dei 30enni che è quella meno convinta a vaccinarsi e quella più a rischio contagio per la importante vita sociale che fa». Parlare con chi non vuole vaccinarsi, spiegare perché è importante (per gli altri) e sicuro (per sé) farlo, incentivare a recarsi negli hub (col Green pass, con l’accesso ai cinema e ai teatri), non dividersi tra nemici e amici per evitare di arrivare a quello che per i No vax sarebbe, sì, un assist straordinario: l’obbligo di vaccinarsi contro il Covid.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: