sabato 31 agosto 2019
Per Di Maio non è facile tenere insieme le diverse anime pentastellate e Palazzo Chigi punta a mantenere aperto il confronto su programmi e ministeri
Il premier incaricato Giuseppe Conte (Lapresse)

Il premier incaricato Giuseppe Conte (Lapresse)

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«La mia risposta è nei fatti...». Con una dose di cripticità, Giuseppe Conte prova a scansare l’ennesimo fosso. E poco importa se a scavare con la pala, ieri, ci si è messo il capo del partito che l’ha indicato per Palazzo Chigi, Luigi Di Maio. L’incaricato premier continua interiormente a sentirsi "terzo" rispetto alle forze politiche, e di fronte alle mine la sua strategia non cambia.

«La mia risposta è nei fatti...», ripete a chi gli chiede se abbia un problema da allarme rosso con il leader M5s. E i fatti, sostanzialmente, sono due. Il primo è quel gelido «non ho sentito il discorso di Di Maio» pronunciato mentre lasciava Montecitorio per andare a San Pietro ai funerali del cardinale Achille Silvestrini, a margine dei quali ha salutato Papa Francesco. Il secondo è l’immediata convocazione, al rientro a Palazzo Chigi, del vertice politico con Dario Franceschini, Andrea Orlando, Stefano Patuanelli e Michele D’Uva.

Come a dire: ultimatum o meno, veti o meno, minacce o meno, la strada verso la formazione del governo va avanti. E prosegue con due successivi step: stamattina un incontro sul programma da lui coordinato nel formato dei capigruppo (senza Zingaretti e Di Maio); entro domani il varo del documento di sintesi da sottoporre ai due partiti anche in funzione della votazione su Rousseau, prevista all’inizio della prossima settimana. Lunedì poi una coda di consultazioni molto rilevante per l’incaricato premier, ovvero l’incontro a Palazzo Chigi con una delegazione dei paesi terremotati e una delegazione delle associazioni di disabili.

In realtà, il premier incaricato un’idea su quello che è avvenuto ieri ce l’ha, e anche chiara: Di Maio, spiega, parla a un Movimento diviso. Alza la posta per rassicurare una base che vede l’accordo con il Pd come fumo negli occhi. E nel contempo i capigruppo Patuanelli e D’Uva tengono buoni i parlamentari che insorgono non appena si sente parlare di voto anticipato. È questa la spiegazione che Conte ha dato a Franceschini e Orlando, che sono andati nel suo ufficio per quattro chiacchiere in privato, riportando tutto lo sconcerto di Zingaretti nel sentire le minacce di Di Maio.

Il segretario è preoccupato e ha recapitato al premier una domanda: «Chi comanda veramente? Per noi tu sei espressione di M5s, la questione Di Maio la devi risolvere tu senza che venga messo continuamente a repentaglio il governo». Il premier non si sbilancia, annota e in cuor suo pensa che in fondo anche il Pd stia drammatizzando, che giochi a dargli un ruolo che ora non ha, quello di controaltare e "depotenziatore" di Di Maio nel Movimento. Ma una rassicurazione la offre: «L’unica evoluzione di questa giornata non è la rottura, il governo si farà».

Certo anche a Palazzo Chigi arriva il senso di stanchezza di cittadini che non capiscono tanti tatticismi. Ma la faccenda è ancora gestibile. Chiaro che il punto di caduta dell’intera vicenda è il ruolo di vicepremier che Di Maio continua a chiedere per tenere salda la sua leadership nel Movimento e che il Pd non vuole concedergli.

Conte non si sbilancia. Tiene aperte "laicamente" tutte le porte e soprattutto la sua porta preferita: zero vice per avere le mani libere, allargando il numero e il peso dei dicasteri a disposizione dei due partiti. Con il principio, però, secondo cui «nessuno mi può imporre nulla». Ma il Pd vuole un suo uomo a Palazzo Chigi e il premier comprende che ne ha "diritto", politicamente parlando. L’intento è spostare questo tema all’ultimo miglio della trattativa. Secondo le delegazioni Pd ed M5s, Conte durante le consultazioni avrebbe appena affacciato il tema dei dicasteri chiedendo ai partiti delle rose di nomi da fargli pervenire.

Nota di colore a termine delle consultazioni con i partiti: gli sguardi degli uomini dem, Zingaretti, Delrio e Stèfano, cercavano i cronisti per comunicare qualcosa. Niente a che fare con ministeri e programma. Ma molto a che fare con Conte: «Molto declamatorio, non si arrivava mai a un punto», scherzano ma non troppo nella delegazione dem. Al punto che poi, ascoltando le dichiarazioni di guerra di Di Maio, lo stesso Zingaretti ha pensato a un collegamento tra l’«evasività» del premier e le minacce del capo M5s. Ma in serata Conte ha dispensato serenità: lui gioca per fare il governo e Di Maio non gioca per sfasciarlo.

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