martedì 23 aprile 2019
In Svezia, dove è nato il fenomeno dei Fridays for future, tra i ricercatori dell’Istituto di Stoccolma. «Prendete esempio da noi: entro il 2045 vogliamo ridurre i gas serra dell’85% rispetto al 1990»
Uno scorcio della capitale svedese Stoccolma

Uno scorcio della capitale svedese Stoccolma

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In principio era una quindicenne con un cartello, "Skolstrejk för klimatet" (Sciopero scolastico per il clima), seduta ostinatamente fuori dal Parlamento di Stoccolma. Otto mesi dopo, la "chiamata" di Greta Thunberg non è più un fatto solo svedese: è politica globale, è un movimento che dalle 14 isole di questa capitale verde viaggia ormai attraverso altre latitudini. «L’iniziativa Fridays for Future mostra che alla gente importa dell’ambiente ed è pronta a prendersi responsabilità individuali. Il messaggio è che noi tutti dobbiamo fare di più sia a livello individuale che collettivo per rispondere alla sfida del cambiamento climatico. Inoltre è servita a spingere chi prende le decisioni a livello politico ad aumentare le ambizioni nella salvaguardia dell’ambiente e delle persone ». Ne è convinto Timothy Suljada, responsabile pro tempore dell’unità di ricerca e sviluppo dello Stockholm Environment Institute, organismo non profit che si occupa di sfide ambientali collegando ricerca e governance.

Timothy Suljada, responsabile pro tempore dell'unità ricerca e sviluppo dello Stockholm Environment Institute (Robertsson'Sei)

Timothy Suljada, responsabile pro tempore dell'unità ricerca e sviluppo dello Stockholm Environment Institute (Robertsson/Sei)

La campagna di Greta Thunberg ha rappresentato una svolta?
La Svezia ha una lunga storia di politiche ambientali. La carbon tax qui è in vigore dal 1991 e da allora a oggi la tassa sulle emissioni fossili è aumentata più volte, in modo da indurre chi inquina a cambiare il suo comportamento. Ma la novità portata da Greta è che tutti ora concordano che bisogna fare più in fretta.

E la politica sostiene il cambiamento?
Avere politiche chiare è il punto da cui partire, in modo da incoraggiare l’industria, la ricerca e le comunità a innovare, programmare e investire con fiducia. La Svezia si è impegnata a diventare carbon neutral entro il 2045, che si traduce nella riduzione a livello interno dell’85% dei gas serra rispetto ai livelli del 1990. Il Parlamento ha approvato una cornice di politiche sul clima nel 2017 ed è importante che siano sostenute al di là del governo di turno, in modo che durino più a lungo e consentano investimenti di lungo termine.

Che interesse può avere l’industria a lottare contro il cambiamento climatico?
Se l’industria ha un’idea chiara delle regole del gioco, se sa come programmare la riduzione di emissioni allora è più facile che possa pianificare un business sostenibile. Ci sono anche settori che guardano molto avanti e che sanno cogliere le opportunità che provengono dalla riduzione delle emissioni e dalle opzioni frutto delle nuove tecnologie.

Lo sviluppo tecnologico quindi come nuova opportunità?
Sì. Tra le sfide principali c’è quella dei trasporti, e in particolare qui in Svezia stiamo guardando all’innovazione portata dai veicoli elettrici. Sono già stati effettuati dei test per sviluppare sistemi di strade e autostrade a binario elettrificato: l’obiettivo è di usare l’energia elettrica per ricaricare le batterie di camion elettrici ibridi mentre camminano. Questa ricerca mostra che i costi dell’innovazione di un sistema di strade elettrificate non sono maggiori rispetto a quelli necessari per veicoli che usano motori a combustione interna. La sfida è assicurarsi che l’energia usata per la ricarica sia prodotta senza combustibili fossili.

A livello globale l’accordo sul clima di Parigi è sufficiente?
Secondo l’accordo di Parigi tutti i Paesi dovranno lavorare duramente per ridurre le loro emissioni. L’accordo contiene dei meccanismi perché ogni Paese istituisca degli obiettivi, sta ai governi nazionali lavorare duramente per raggiungerli. Al momento, però, gli obiettivi istituiti non sono sufficienti per contenere l’aumento medio della temperatura mondiale al di sotto dei 2° C rispetto ai livelli preindustriali.

I Paesi piccoli sono quelli che soffrono di più pur inquinando meno...
L’impatto del cambiamento climatico avvertito dai Paesi più vulnerabili ha poco a che vedere con il loro contributo a livello di emissioni globali. A ogni livello c’è però un’opportunità per fare qualcosa e a volte quell’azione riguarda l’adattamento agli impatti derivanti dal cambiamento climatico. Abbiamo già assistito a lunghe siccità e terribili inondazioni: adattarsi a questi impatti sarà sempre più cruciale.

L’Europa può avere un ruolo guida nella difesa dell’ambiente?
Le prossime elezioni europee sono molto importanti perché decideranno anche i tempi del percorso con cui l’Unione Europea lotterà contro il cambiamento climatico e si impegnerà per gli obiettivi di sviluppo sostenibile contenuti nell’Agenda 2030. Il Parlamento avrà così l’opportunità di predisporre un vero percorso europeo per affrontare sfide globali da protagonista.

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