giovedì 28 settembre 2017
Il governo conferma che è solo una questione di tempo. Ma Orfini insiste: senza la fiducia non sarà possibile approvare il testo
Legge sulla cittadinanza, Del Rio riapre: «C'è ancora tempo»

Il Pd sceglie la linea della prudenza e boccia la richiesta di mettere in calendario la legge per lo ius soli temperato prima del voto sul Def. «Non ci sono i voti» spiega il capogruppo dem Luigi Zanda. Non avrebbe senso, dunque, forzare. Anche perché il governo ha bisogno di una maggioranza compatta sui provvedimenti economici. Subito dopo, si potranno spostare i riflettori sul diritto di cittadinanza. Una strategia condivisa pienamente dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro, da sempre sostenitrice del provvedimento. Insomma, rinviare il voto per non bruciare la legge sembra allo stato la soluzione più ragionevole. Ma è una strategia che non piace alla sinistra, che spinge senza sosta per portare in aula lo ius culturae. Così anche ieri Mdp ha chiesto la calendarizzazione alla conferenza dei capigruppo.

Cecilia Guerra, presidente dei senatori bersaniani, non demorde. A forza di rinviare, spiega, «la fine della legislatura si sta avvicinando». E però Zanda preferisce pianificare bene il voto sulla legge, e verificare prima i numeri. «Portare oggi nell’aula del Senato il testo – spiega – significherebbe condannarlo a morte certa e definitiva». Non si può ignorare il dietrofront di Alfano. «La posizione ribadita ieri da Ap conferma che per approvare lo ius soli al Senato mancano alla maggioranza 24 voti – fa i conti il capogruppo del Pd –. Purtroppo i sette senatori di Sinistra italiana e i pochi di altre componenti che, oggi, voterebbero a favore del provvedimento non sono sufficienti a formare una maggioranza che possa approvarlo. Questi, al di là di ogni dietrologia, sono i numeri reali». Di qui il lavoro «per trovare una reale maggioranza, sia proseguendo il confronto con Ap. che ha già votato la legge alla Camera e che ancora ieri (martedì, ndr) lo ha definito una legge giusta, sia negli altri gruppi del Senato».

Dal Pd, anche il vicecapogruppo Stefano Lepri concorda sulla linea della prudenza. Ma il presidente Matteo Orfini sottolinea come «la fiducia è l’unico modo per approvare lo ius soli ». Dal governo, il ministro dell’Istruzione Fedeli ribadisce la volontà di andare avanti e la titolare dei Rapporti con il Parlamento Finocchiaro spiega lo slittamento in calendario: «Non c’è stata una richiesta vibrante da parte di nessuno. Ma tutti sappiamo, lo ha detto anche Zanda, che lo ius soli rientra negli obiettivi di questo governo. Se ci sarà necessità, con la mediazione, di tenere dentro la maggioranza, bene. Ma che resti un obiettivo da affrontare dopo il Def non c’è ombra di dubbio».

Il provvedimento «sarà in cima al nostro programma» nella prossima legislatura, se «il Pd avrà maggioranza numericamente più importante», dice la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi. Ma «oggi non abbiamo i numeri» ed è «complicato» trovarli, nota «con dispiacere». Una posizione che non sembra condivisa dal ministro ai Trasporti Graziano Del Rio che oggi ha riaperto la porta alla discussione in aula al Senato: "Gentiloni ha detto che l'autunno è il periodo decisivo. L'autunno è appena iniziato e l'inverno non è ancora arrivato, in tutti i sensi", ha detto. Possibilista anche il presidente del Senato Pietro Grasso, che dal palco della festa di Articolo 1 ha evidenziato l'opportunità politica di un sì al provvedimento. "Bisogna lottare in questa legislatura, se non ce la si fa allora lo faremo nella prossima". Bisogna essere "pragmatici", ha aggiunto, spiegando che è possibile "cercare i voti dopo la legge di bilancio per approvare lo ius soli".

Resta invece fermamente contraria Ap. Il ministro Lorenzin conferma la linea di Alfano e scatena la rabbia di Mario Marazziti (Des-Cd), che non si capacita dell’inversione in corsa, «visto che l’accordo era ufficiale. Anche con il partito di Alfano. E che quel testo lo hanno votato». Insomma, twitta, «politica senza etica». Il «passo indietro» di Ap viene stigmatizzato anche dalla Caritas italiana, che considera il Paese «maturo » per l’approvazione di «una norma di civiltà». Mentre, per il responsabile immigrazione Oliviero Forti, per «interessi di natura politica» c’è chi anche all’interno della maggioranza blocca la legge.

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